Se vi piacciono le storie lente, lunghe, dal ritmo costante, quelle storie che sembrano maratone eterne, come una lunga frase che non termina mai: allora avete sbagliato pagina, o per essere più precisi indirizzo web.
Questa è una storia di velocità. Questa è una storia breve, ma intensa: la storia di un uomo e delle sue gambe. Questa è la storia di Usain Bolt e della sua Olimpiade a Pechino 2008.
Usain Bolt nasce a Trelawny, in Giamaica, e cresce nel piccolo villaggio di Sherwood Content. Fin da bambino dimostra di essere particolarmente vivace, una vera peste che non sta mai ferma, si dimena e corre a destra e a manca, facendo impazzire i suoi insegnanti. La madre iperprotettiva lo asseconda in ogni sua scelta e lo incoraggia in quello che fin da bambino è il suo sogno, quello per cui Usain si sente portato, la sua vocazione…il cricket. Infatti, da ragazzino Bolt sognava di diventare una stella del cricket, ma gli astri avevano in serbo ben altre soddisfazioni e ben altri palcoscenici per la giovane promessa giamaicana. Ed è il padre del giovane Usain Bolt ad accorgersi delle incredibili potenzialità di suo figlio. Il signor Wellesley Bolt, infatti, vede il suo grande talento atletico e, complice la passione per la corsa e la velocità che man mano vanno crescendo in Bolt, lo convince a mollare tutto e a puntare sull’atletica.
Fu così che il giovanissimo Usain abbandonò per sempre il suo sogno di diventare un asso del cricket e cominciò a dedicare tutto se stesso alla corsa, all’atletica, alla velocità, una cosa che gli riesce particolarmente bene. I primi successi non tardano ad arrivare e, oltre ad inorgoglire il padre, che c’aveva veramente visto bene, ingrandiscono la fama del ragazzo e, a poco a poco, quel tenue puntino luminoso si ingrandisce sempre più diventando una vera e propria stella piena di luce e destinata a brillare per molto tempo. Nell’estate del 2002 ai Mondiali juniores di Kingston diventa il più giovane campione mondiale juniores di sempre, ad appena 16 anni e 200 giorni. E’ il trampolino di lancio della sua splendida carriera, il primo di una serie radiosa di successi, che ha il suo grande picco nel 2008 a Pechino.
Alle Olimpiadi di Atene 2004, complice una serie di fastidiosi infortuni, non riesce a ben figurare e fallisce l’impresa. Ma a Pechino 2008 per Usain Bolt è e deve essere diverso. E’ sempre stato un ragazzo determinato e anche un po’ pieno di sé, o almeno questo è quello che dicono gli invidiosi. Bolt, infatti, più che essere una arrogante e presuntuosa star è un uomo consapevole della sua potenza, della sua forza e della sua immagine. Una cosa che molti gli invidiano. Bolt ha una capacità innata di divertire e divertirsi correndo e i piccoli siparietti che regala a inizio e a fine gara sono diventati tanto attesi almeno quanto le sue vittorie, ma mai banali. Per molti è solo un modo di innervosire gli avversari, per altri una pagliacciata fine a stessa, ma in verità non è nulla di tutto ciò: è parte di Usain Bolt, è il suo stile, è la sua personalità, la stessa di quel bambino scalmanato che faceva impazzire gli insegnanti.
A Pechino Usain ci arriva con tutta la famiglia e gli amici, tutte persone dalle quali non si separa mai e che oltre ad essere i suoi affetti più cari sono il suo staff; una vera e propria impresa familiare.
A 21 anni Bolt è a poche ore da diventare un’icona della corsa e dello sport. A 21 anni è vicino a coronare il sogno di una vita: essere il più forte in qualcosa, il numero uno, portare a termine un’impresa avviata molto tempo prima e rendere orgoglioso suo padre che in lui aveva creduto fin dall’inizio. Usain Bolt sta per diventare campione olimpionico ai Giochi di Pechino 2008.
“Io sono concentrato su quello che devo fare. Quando hai un sogno devi impegnarti e realizzarlo. E’ così che sono stato cresciuto, so cosa voglio e lavoro per ottenerlo.”
Ai blocchi di partenza è teso, più del solito, sa benissimo che è lo stacco il suo tallone d’Achille, ma c’ha lavorato sopra, è determinato a non sbagliare. Del resto si era già capito dal suo siparietto iniziale che Usain era molto concentrato. Lo sguardo resta fisso a terra, fisso alla pista. Non è la stessa pista sulla quale si allena a Trelawny; è la pista della finale olimpica dei 100 metri piani, è rossa, silenziosa e terribilmente lunga. Ma di fatto è solo una pista dei 100 metri e nulla più. Lo sguardo resta fisso e l’orecchio teso. Ecco che il giudice di gara intima di mettersi in partenza e…lo sparo! La testa resta bassa, ma le braccia già si dimenano e la gambe… Beh, quelle vanno da sole! Per i primi trenta metri la testa rimane sempre giù, il corpo elastico, non un movimento in più, non una oscillazione, non una vibrazione, solo spinta, spinta allo stato puro. Poi alza leggermente la testa, ma continua dritto, alza le ginocchia ed è lì che raggiunge la velocità massima. A metà pista abbassa le spalle e tiene dritta la testa, rimane in questa posizione di spinta massima per dieci o quindici metri e comincia a guardarsi attorno, comincia a controllare. Controlla a destra, controlla a sinistra, ma c’è un bel niente da controllare. E’ davanti e sa di esserlo. Negli ultimi dieci metri molla tutto, si lascia andare perché sa che nemmeno un jet potrebbe raggiungerlo a quel punto, a quel punto è fatta. 9′ 69” segna incredulo il cronometro. Quando varca la linea c’è il vuoto tra sé e gli avversari e un globo di fama e di gloria davanti a sé. Non resta che esultare e assorbire la potenza della vibrazione olimpica dello Stadio, l’apoteosi della sua carriera.
Nei giorni successivi in quella splendida Olimpiade Bolt riesce ad imporsi anche nei 200 metri e nella staffetta maschile e ad imporre se stesso come numero uno dei numeri uno nella velocità. A 21 anni ha bruciato tutte le tappe e macinato record su record scrivendo pagine importanti per lo sport e diventando un’icona dei giorni nostri, un idolo per tanti ragazzini che come lui sognavano di giocare a cricket e invece erano campioni olimpionici di velocità.
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