Mercoledì 12 maggio 1999. Nella capitale di una Russia dilaniata dagli strascichi dei conflitti armati nel Caucaso del nord e da una crisi finanziaria sfociata nell’ennesimo, ulteriore calo del prodotto interno lordo si respira finalmente aria di festa. La città ospita per la prima volta nella sua storia la finale di una coppa europea: il Parma di Alberto Malesani e il Marsiglia di Rolland Courbis – oggi al Montpellier – si giocano la UEFA.
Il ruolino di marcia nella rassegna continentale dei ducali è da urlo: dopo aver eliminato il temibile Fenerbahçe non senza difficoltà nei trentaduesimi di finale e il Wisla Cracovia nei sedicesimi, per arrivare a Mosca i ragazzi di Stefano Tanzi hanno brillantemente superato i duri esami Rangers, Bordeaux e Atletico Madrid, e, potendo contare su un organico di indiscussa qualità, puntano forte alla seconda Coppa UEFA della loro storia.
I transalpini, però, non sono da meno: reduci da una tiratissima semifinale con il Bologna di Carlo Mazzone, fresco vincitore dell’Intertoto e regno di uno scatenato Beppe Signori, gli uomini di Courbis vogliono coronare una stagione indimenticabile con un successo internazionale per dare continuità ai successi delle precedenti stagioni e rinnovare il ciclo vincente della società.
Il Lužniki Stadium – ex Stadio Lenin – ribolle. Sugli spalti sono in sessantamila, solo in cinquecento vengono dall’Emilia. La tensione è alle stelle. I ducali scendono in campo con la formazione titolare: Gianluigi Buffon tra i pali; Sensini, Cannavaro e Thuram a comporre la linea difensiva; Fuser, Baggio, Boghossian, Veron e Vanoli in mezzo; Crespo e Chiesa coppia d’attacco. In panchina, giocatori del calibro di Faustino Asprilla e Abel Balbo. Una goduria per gli occhi in ogni reparto.
Il Marsiglia risponde con un 3-3-3-1 di tutto rispetto che tanto sarebbe piaciuto all’attuale tecnico dell’OM Marcelo Bielsa. Davanti a Porato ecco Domoraud, Blanc e Issa a completare il pacchetto arretrato; Edson, Bravo e Blondeau in mediana; Brando, Pires e Gourvennec (esatto, l’attuale allenatore del Guingamp) in avanti a dare supporto a Maurice, unica punta.
La routine prevederebbe ora la cronaca della partita. Eppure, a Mosca, quella sera, una vera e propria partita non c’è.
Il Parma spadroneggia in ogni zona del campo, mette sotto l’avversario sul piano fisico e tecnico con una prestazione strepitosa. Passa dopo soli 26 minuti grazie ad Hernan Crespo che sfrutta un grossolano errore in fase di disimpegno di Laurent Blanc, che sbaglia un retropassaggio all’estremo difensore Porato e consegna così all’argentino la palla dell’1-0; raddoppia a pochi minuti dal termine della prima frazione di gioco grazie ad un colpo di testa chirurgico di Paolino Vanoli che brucia il diretto marcatore appoggiando in rete un cross al bacio di Fuser; archivia la pratica con un magnifico collo pieno di Enrico Chiesa che allo scoccare dell’ora di gioco fulmina per la terza volta Porato e mette fine alle flebili speranze di rimonta dei francesi.
E’ la grande vittoria di Malesani e delle sue idee di gioco: subentrato a Carlo Ancelotti nell’estate del 1998, nella serata di Mosca il tecnico riesce ad adagiare la ciliegina su una stagione ineguagliabile, resa ancora più bella da un invidiabile quarto posto in campionato e dal successo in Coppa Italia maturato ai danni della Fiorentina di Trapattoni. Il tecnico veronese è ufficialmente lanciato sulla scena del calcio internazionale: la sua parabola ascendente sembra non trovare opposizione alcuna.
Il resto è storia: la premiazione, il rientro trionfale in città, la grande festa e le celebrazioni anche per due dirigenti fenomenali come Lele Oriali (all’epoca responsabile dell’area sportiva dei crociati) e Fabrizio Larini, il Direttore.
Martedì 12 maggio 2015. La macchina di Roberto Donadoni e quelle dei suoi ragazzi sono parcheggiate appena fuori dal centro sportivo di Collecchio. Il Parma, ultimo in classifica e destinato al fallimento, si sta allenando per salvare il salvabile, due giorni dopo essersi sentito tacciare dai dirigenti di una delle più forti e blasonate squadre d’Italia di avere sbagliato a giocare a viso aperto l’ennesima battaglia di una stagione imbarazzante dal punto di vista sportivo e disdicevole da quello del risultato.
Ormai da qualche tempo le partite più importanti per i crociati si giocano nelle aule dei tribunali. Tanzi ha lasciato da un pezzo, e a pezzi; l’era Ghirardi, che sembrava avere restituito ai tifosi ducali l’oasi felice di un tempo, ha lasciato in eredità solo debiti e guai legali; l’ultimo presidente della società, Giampietro Manenti, è in prigione per reati che nega di avere commesso (!).
Gli eroi di sedici anni fa non ci sono più. L’infinito Buffon è in qualche albergo di Madrid in attesa di giocare una semifinale di Champions League; Cannavaro è in Cina, Asprilla in Sud America; Thuram è ambasciatore UNICEF. L’unico superstite di quella meravigliosa squadra è Hernan Crespo, allenatore della Primavera ducale, troppo legato alla maglia per dire addio in un momento così.
Da qualche parte, sui colli veronesi, un uomo con una barba da fare invidia a quella di Tom Hanks in ‘Cast Away’ aiuta la figlia con le viti. E’ Alberto Malesani. Il calcio, a suo dire, lo ha dimenticato: divenuto “icona dell’esonero” (ipse dixit) dopo la fallimentare esperienza al Sassuolo (cinque sconfitte in altrettante partite con Verona, Inter, Napoli, Lazio e Parma), l’ex tecnico si dedica ora al vino, sua grande passione, con un pizzico di rancore per chi non gli ha dato occasione di rilanciarsi e un bel po’ di sana nostalgia.
Molti dicono che il Calcio sia l’esatta metafora della vita. Gli anni passano, e con loro i cicli, i successi e le delusioni. Il segreto sta nel sapersi lasciare tutto alle spalle, nel dimenticare, nel ripartire immediatamente. Sedici anni esatti e tante, tante storie dopo, ci piace però ricordare con queste righe la meravigliosa favola del Parma e del Malesani che furono. Con il rammarico di doverli paragonare a quelli di oggi, ma anche con la speranza di poter presto raccontare un’altra loro emozionante cavalcata.









