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MONDO – Ebossé, Maradona, Borges: perché non si può morire di Calcio

MONDO – Ebossé, Maradona, Borges: perché non si può morire di Calcio

Se è vero che Cristo si è fermato a Eboli, il calcio, ieri, si è fermato a Tizi Ouzou, 110 chilometri a nord di Algeri. Il JS Cabilia, modesta compagine locale, ha appena comprensibilmente perso per 2-1 una sfida di campionato con i più ricchi e rinomati rivali dell’UMS Algeri, ma ai tifosi di casa l’atteggiamento dei propri giocatori non va giù. Dagli spalti piovono oggetti in direzione dei calciatori in maglia gialla, rei di non avere onorato la storia del proprio club e di avere violato quel tacito patto di fiducia che in questi paesi falcidiati dalle guerre intestine in cui la guerriglia è all’ordine del giorno si instaura tra le squadre e il popolo, che vede nello sport – in particolare nel calcio – l’unica valvola di sfogo e distrazione da una realtà angosciante e opprimente.

Terrorizzati, i giocatori del Cabilia si precipitano negli spogliatoi tentando affannosamente di schivare il gran numero di armi spontanee utilizzate nella foga dai furenti ultras. Ci riescono tutti, tranne uno. Albert Ebossé, giovane centravanti della compagine locale e – ironia della sorte – autore dell’unico gol messo a segno dal Cabilia, viene colpito da una pietra proprio mentre imbocca il tunnel degli spogliatoi. Per lui, non c’è niente da fare: muore poco dopo in ospedale, vittima di un trauma cranico.

Perché raccontare con tanta indignazione e rassegnazione questa storia? Probabilmente, per quanto l’assassinio di un ragazzo su un campo di calcio algerino non sia diverso dalla morte di un civile per le strade di Baghdad, perché questo omicidio ci sconvolge più degli altri. Il contesto definisce la situazione, e anche se il teatro non cambia la sceneggiatura è completamente diversa. Diego Armando Maradona, che di questo sport ha scritto con una delle più delicate stilografiche in circolazione, il suo magico mancino, alcune delle pagine più belle e strazianti, andava dicendo, con una buona dose di sincerità ed un sorriso pacioso stampato sul volto, che se pure si trovasse ad un matrimonio con il vestito più bianco del mondo e gli arrivasse un pallone sporco di fango lo stopperebbe di petto senza pensarci due volte per restituirlo al mittente come Dio comanda. Una festa, insomma, divertente e al contempo irrinunciabile, in cui ci si dovrebbe divertire, talvolta esagerare. Mai morire.

Parafrasando un’espressione forse volgare, ma schietta ed efficace de grande sassofonista statunitense Lester Young, giocare a calcio è come pisciare. E’ un bisogno fisiologico, un qualcosa di poetico e al contempo prosaicamente necessario, di rituale ed esaltante. Ed è proprio per questo che morire allo stadio ha dell’assurdo, dello scandaloso. Chi uccide respirando l’atmosfera di una partita esaspera il bisogno di emozioni di tutti gli altri presenti tramutandolo in paura e rabbia, incentrandolo egoisticamente sulla propria pazzia distruttiva, portando la guerriglia nel teatro dei sogni del popolo. L’Algeria sembra lontana, ma Roma, Milano e Genova sono vicine, per alcuni di noi sotto casa. Da Vincenzo Paparelli a Ciro Esposito, passando per Antonio De Falchi e Vincenzo Spagnolo, la realtà è sempre la stessa: non si può morire di calcio, né si può pretendere che vengano continuamente introdotte nuove misure di sicurezza per impedire agli assassini da tribuna di portare a termine il loro sanguinoso lavoro. E’ necessaria una responsabilizzazione, una assunzione di responsabilità da parte di chi vive quotidianamente la realtà degli impianti sportivi, in nome della salvaguardia del nostro sport.

Uno dei più grandi scrittori del secolo scorso, Jorge Luis Borges, che narrava la meraviglia di mondi paralleli e di realtà sospese in un universo lontano e magnificamente astratto, amava dire che “ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada ricomincia la storia del calcio”. Ieri, la storia del calcio si è fermata ancora una volta per un attimo, quasi stupita, a osservare chi ha stupidamente ed egoisticamente tentato di infangarla di nuovo infrangendo per sempre le speranze di un giovane che sognava la Ligue 1 e un futuro da professionista. Chi la ama davvero, la prenda per mano e la aiuti a ritrovare la strada, perché il nostro resti soltanto un bellissimo gioco.

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Andonio Gonde

Profilo ironico sull'ex allenatore del Bari Antonio Conte. Non c'è alcun intento di dileggio della persona, è solo satira calcistica.