Hanno ucciso il Milan. Ma chi? L’ex club più titolato al Mondo pare ormai definitivamente abbandonato a se stesso, governato da potenti che non riescono più da qualche anno a fare i suoi interessi, surclassato dalla stragrande maggioranza delle big d’Europa e fuori dalle coppe con il rischio di non riuscire a centrarle nemmeno quest’anno. Le radici del crollo verticale della società rossonera vanno ricercate nelle ultime sessioni di mercato, non solo in quella attuale, e le colpe vanno ridistribuite tra chi, con mosse avventate e decisioni imbarazzanti, ha permesso nel tempo che i rossoneri diventassero quello che sono oggi.
Già, perché la cessione di Mario Balotelli al Liverpool è solo l’ultimo anello di una degradante catena iniziata nell’estate del 2012, quando il geometra Adriano Galliani, nel disperato tentativo di ripianare un bilancio ormai impietoso, decide di fatto di smantellare una squadra secondo molti in grado con qualche semplice ritocco di ottenere risultati di prestigio anche in Champions League cedendo in blocco al Paris Saint Germain i pezzi pregiati Ibrahimovic e Thiago Silva, ancora vogliosi di rimanere nel capoluogo lombardo alla corte di Allegri e rimasti inizialmente delusi dall’infelice operazione dell’AD rossonero. Lo svedese e il brasiliano lasciano un vuoto incolmabile nell’organico rossonero, da allora orfano di una vera e propria guida in difesa e di un leader carismatico in grado di trascinare la squadra nei momenti di difficoltà.
Nella stessa sessione di mercato, interpretata col senno di poi dal club meneghino in maniera decisamente imbarazzante e oltremodo masochista, il Milan si priva del genio tattico di Cassano barattandolo con la delusione Pazzini e dell’esperienza di senatori come Inzaghi, Seedorf, Van Bommel, Gattuso e Nesta sostituendoli con innesti di dubbio valore: Kevin Constant, Riccardo Montolivo, Niang e Bojan, scommesse già inizialmente azzardate rivelatesi successivamente nella maggior parte dei casi fallimentari e controproducenti.
Il risultato è catastrofico: nei primi quattro mesi di stagione il Milan colleziona record negativi, fatica a superare il girone di Champions ed è battuto nel derby di ottobre dai rivali dell’Inter, che paiono aver trovato con Stramaccioni una nuova stabilità. L’opinione pubblica si scaglia contro Adriano Galliani e Silvio Berlusconi, rei di avere anteposto gli interessi economici del patron al bene della società, ma proprio quando l’annata sta per essere archiviata come stagione fallimentare, a pochi giorni dal termine di un altro deludente mercato di riparazione, i rossoneri ingaggiano a cifre accettabili Mario Balotelli, rilanciandosi prepotentemente in chiave terzo posto, unico obiettivo ormai plausibile.
Trascinato dalle reti del centravanti palermitano, il Milan, sebbene spazzato via dalla massima rassegna continentale a margine di un umiliante 4-0 rimediato a Barcellona con i blaugrana di Jordi Roura, rimedia all’ultima giornata l’insperata terza piazza ai danni di una Fiorentina furiosa e convinta di aver dovuto rinunciare al posto in Champions League solo ed esclusivamente per via dei numerosi torti arbitrali subiti, surclassando un’Inter ormai allo sbando e le romane al termine di un’estenuante quanto gratificante rincorsa.
Nell’estate del 2013, tuttavia, la società decide inspiegabilmente di autoaffossarsi di nuovo: gli unici acquisti messi a disposizioni di Allegri (Matri e Saponara su tutti) sono rincalzi e non certo prime linee, e neanche l’operazione simpatia suscitata dal ritorno in rossonero di Ricardo Kakà sembra risollevare gli umori di una piazza ormai delusa e disillusa. Il Milan stecca la prima di campionato a Verona, battuto da un Hellas più vivace e in palla, supera non senza difficoltà il preliminare di Champions con il PSV Eindhoven, quindi crolla di giornata in giornata faticando addirittura a raggiungere la parte sinistra della classifica e incassando una fastidiosa sconfitta nel derby di Natale con l’Inter di Walter Mazzarri.
La sessione invernale di mercato scorre via nell’indifferenza generale: a scuotere il gennaio rossonero è perlopiù l’esonero di Massimiliano Allegri, arrivato a margine dell’umiliante sconfitta per 4-3 rimediata dal Sassuolo di Di Francesco in una nebbiosa Reggio Emilia, con il conseguente ingaggio di Clarence Seedorf, che sbarca a Milano di punto in bianco con l’etichetta del Prescelto, l’uomo del presidente Berlusconi, il profilo giusto per risollevare il morale di una squadra ormai completamente in balia degli eventi.
Nonostante le eliminazioni in Champions ed in Coppa Italia, il Milan raggiunge finalmente una stabilità interna. Nelle ultime dieci gare del campionato i rossoneri rimediano solamente due sconfitte (Roma, 2-0, e Atalanta, 2-1) vincendo le altre otto sfide e tornando finalmente a superare i cugini dell’Inter nel derby del 4 maggio grazie all’incornata vincente di Nigel De Jong.
Ma tutto ciò non basta: Seedorf, messo alla gogna da squadra e media per via dei suoi metodi spesso troppo radicali, è allontanato dalla società dopo lunghe negoziazioni, e la squadra, “arricchita” dagli innesti di Menez e Alex, due calciatori di ottimo livello ma probabilmente inadatti alla realtà meneghina, è affidata a Filippo Inzaghi, umile condottiero con la vittoria nel DNA e il Milan nel sangue. Il progetto fatica a vedersi: tutto continua a ruotare attorno a un Balotelli sempre più svogliato e reduce da un Mondiale imbarazzante, e nel marasma generale arrivano solo portieri – Agazzi prima, Diego Lopez poi -, come se ci si fosse dimenticati dei veri problemi di una compagine che fatica terribilmente a smembrare le trame di gioco degli avversari già a partire dalla mediana e che non riesce a trovare il gol con continuità.
L’ultimo capitolo, già anticipato in apertura di articolo, vede Balotelli in partenza per Liverpool, il cappellino sistemato sulla nuca, il solito sorriso da eterno Peter Pan sul volto. A Milanello non c’è più nulla, persino il capro espiatorio per eccellenza ha deciso di abbandonare una nave ormai da troppo tempo in procinto di affondare.
Da qualche parte, probabilmente a Forte dei Marmi, Adriano Galliani si starà sfregando le mani pensando all’ennesima plusvalenza. Intanto il Diavolo aspetta, smarrito come non mai, di ritrovare se stesso e quella fame di vittoria che un tempo lo contraddistingueva.









