“Ho inventato io la difesa a tre. Poi la hanno fatta anche Van Gaal e altri“. [Walter Mazzarri]
Tra i tanti sentieri che il nostro calcio offre a chi vuole sperimentare lanciandosi in un progetto innovativo e assumendosi i rischi che una decisione come questa inevitabilmente comporta, quello nerazzurro è indubbiamente uno dei più ripidi e impervi. Negli ultimi quindici anni all’Inter hanno fallito in molti: da Lippi a Gasperini, passando anche per il più titolato tecnico oggi in corsa per il titolo di campione d’Italia, quel Rafa Benitez che si illudeva di riuscire a cancellare il favoloso e ancora troppo recente Triplete mourinhano dalla testa di giocatori e tifosi per dar vita ad un processo di rifondazione angosciante ma necessario.
Mazzarri ha iniziato la sua avventura milanese sperimentando a destra e a manca, trovando in Ricky Alvarez alle spalle di Palacio una risorsa preziosa e lasciandolo partire per l’Inghilterra solo un anno dopo poiché rimasto ai margini del progetto tecnico per via di qualche infortunio di troppo, promettendo un tuttora utopico ritorno alla difesa a quattro, facendosi verbalmente promotore di un calcio spumeggiante e propositivo di cui, tuttavia, nei pressi di Appiano Gentile non si hanno tracce ormai da troppo tempo. Ha vinto 0-3 a Udine e 0-7 a Reggio Emilia per poi uscire sconfitto da Marassi al termine di una battaglia campale col Genoa dell’ex nerazzurro Gasperini perdendo ogni certezza sin lì acquisita. Ha relegato Kovacic in panchina per sette lunghi mesi sostenendo di “non averlo scelto ma di esserselo ritrovato” per poi rilanciarlo a furor di popolo assumendosi il merito di un suo presunto miglioramento nell’occupare gli spazi in campo e nel servire le punte con maggior rapidità (?). Ha sposato a pieno il progetto di rilancio economico promosso dal nuovo presidente Erick Thohir, che lo ha più volte indicato come l’uomo giusto da cui ripartire, accontentandosi di sessioni di mercato caratterizzate da incertezze e austerità e costruendo improbabili alibi a partire dalle falle di una rosa ormai da troppe stagioni incompleta.
Stimato dai calciatori, rispettato dai dirigenti, sopportato – e in alcuni casi a fatica – dai tifosi, apparentemente incurante di quanto accade intorno a lui, Mazzarri prosegue con nonchalance nel suo tentativo di riportare il Biscione agli antichi – antichi… – fasti, studiando nuove soluzioni, accampando scuse talvolta improbabili per giustificare i suoi fallimenti, sognando lo Scudetto (!) e la gloria personale.
Esattamente quello che ci si aspetta da un allenatore qualsiasi. Mediocre normalità.
E’ proprio questo il motivo per cui l’Inter di Mazzarri, anche quando gira, non convince. La normalità. Mazzarri non è mai stato uno normale, uno come gli altri. La sua storia parla per lui: mai un esonero in quindici anni di attività conditi da clamorosi successi come una promozione in Serie A con il Livorno, il raggiungimento dell’Europa con Sampdoria e Napoli, una Coppa Italia vinta e una sfiorata, una salvezza ai confini del miracoloso con la Reggina che gli è valsa la fama di condottiero carismatico che lo accompagna tuttora.
Per questo onesto lavoratore di provincia, l’Inter sembrava poter rappresentare l’occasione di una vita, la grande chance per fare il salto di qualità che trasformasse una carriera da eccellente piazzato in una da vincente. E invece, proprio una volta approdato nel capoluogo lombardo, il genio tattico del tecnico di San Vincenzo si è spento, incapace di reinventarsi poiché fossilizzatosi ed impantanatosi nelle proprie idee.
A che serve pavoneggiarsi per avere inventato la difesa a tre (ipse dixit), se poi non si riesce a realizzarla come si vorrebbe e dovrebbe e piazza e società esercitano pressioni perché si passi quattro? A che serve arenarsi sulle polemiche arbitrali ignorando la totale assenza di un gioco della propria squadra dalla cinta in su?
La nuova Inter è un’occasione che si rinnova, e ogni minuto in più è un minuto in meno. Tifosi e società la aspettano da troppo. Si schiarisca le idee, dimentichi le polemiche e si inventi qualcos’altro, signor Mazzarri. La svolta è sempre lì, dietro l’angolo: cambi passo e dimostri finalmente di saperlo girare.









