C’è chi dice che i sogni siano soffici come nuvole, candidi, leggeri, soavi, troppo immensi da poter essere descritti, la ragione per cui viviamo, lottiamo senza sosta. Sembra essere insignito nel dna questa peculiarità di ogni umano di essere un sognatore, affascinato dall’indefinito, così follemente innamorato da fare di tutto per poterlo raggiungere; è così per i nostri geni incastonati per benino come a dovere e per il nostro destino che – già scritto o no – è in ogni momento pronto ad attenderci.
Sembrava così anche il destino di Andy Schleck che faceva l’ingresso nel mondo del ciclismo carico di speranze e di sogni dopo il fratello Frank 5 anni più vecchio di lui che aveva già fatto vedere molto del suo talento. Sorriso stampato sul volto simpatico, fisico asciutto e faccia da giovincello, veniva dal Lussemburgo, uno stato europeo incastonato quasi un pò per caso tra Francia, Germania e Belgio , talmente piccolo e bello che molte volte alle elementari i bambini vengono tenuti all’oscuro della sua esistenza.
A soli 21 anni con la vittoria come miglior giovane al Giro 2007 si proponeva senza dubbio essere il talento del futuro che avrebbe sbaragliato in tutti i grandi giri; quella maglia bianca che indossava sembrava così essere una tela ancora vuota dove un artista avrebbe dipinto il suo capolavoro. Cresciuto poco per volta alla corte di Bjarne Riis si aspettava solo che il suo talento uscisse da un momento all’altro e questo avvenne proprio nel 2009 in occasione della Liege-Bastogne-Liege dove sbaragliò tutti i suoi avversari. Il suo trionfo nella decana delle classiche, la più dura e difficile da interpretare in assoluto, diventava così il trampolino di lancio nel mondo dei grandi. Al Tour dimostrò tutto questo: fù l’unico a riuscire a tenere banco ad Alberto Contador, il campione spagnolo che puntualmente metteva la ruota davanti alla sua, danzando sulle salite. Era unico però lo stile di Andy: fluido e carico di passione, in ogni sua pedalata si leggevano i sogni che fluttuavano nella sua mente mentre lui con ogni forza a disposizione cercava di raggiungerli. Arrivò secondo sia quell’anno che quello successivo sempre dietro allo spagnolo, intervallando questi due secondi posti con vittorie fantastiche ed emozionanti alla Grand Boucle e non solo. L’anno dopo ancora, il 2011, compì un’autentica impresa con una lunghissima fuga per arrivare solitario sul Galibier, coronò il desiderio di indossare la gialla; la indossò soltanto per un giorno perché gliela strappò via un australiano che portava il nome di Cadel Evans che vinse il tour di quell’anno, per il lussemburghese un altro secondo posto.
Era ormai arrivata, dopo il terzo secondo posto consecutivo, l’autentica consacrazione, la stagione successiva tutti avrebbero dovuto temerlo, ormai la vittoria ad un grande giro era dietro l’angolo. Ci fu però qualcosa che sconvolse questi sogni che viaggiavano nella mente di Andy, qualcosa che nessuno, nemmeno lui, sia aspettava: durante l’autunno giunse la notizia della squalifica retroattiva per Alberto Contador che andava così a perdere tutti i successi a partire dall’estate 2010, il lussemburghese si trovava così ad aver vinto a tavolino il tour 2010. Senza nemmeno rendersene conto era così entrato nell’Olimpo dei grandi, aveva realizzato il suo sogno che lo accompagnava da quando aveva iniziato a correre in bicicletta, il 2012 si proponeva essere per lui un anno ancora più fantastico. Tante volte i sogni si realizzano quando proprio non ce lo si aspetta, così per caso ci colgono all’improvviso lasciandoci disorientati. Forse successe proprio questo ad Andy Schleck che senza rendersene conto si trovava ad aver vinto qualcosa che però per la verità non aveva mai vinto, un insieme di incerte convinzioni che lo portavano verso un qualcosa che nemmeno lui si sarebbe mai immaginato.
Iniziò così improvvisamente per lui un periodo difficile e tremendo che poco per volta lo portò a un declino: ad ogni corsa dove ci si aspettava che da un momento all’altro lui facesse l’exploit lui tra i migliori non c’era. Vagava perennemente nelle ultime posizioni del gruppo, sempre più indietro cercando un’ancora di salvezza alla quale potersi attaccare, si affidava alle speranze, alla sua forza di volontà, ma tutto sembrava inutile. Più il tempo passava, più il divario tra lui e tutti gli altri campioni si faceva sempre immenso, non lottava più per vincere, ma per cercare di non ritirarsi, il suo sogno non faceva altro che smaterializzarsi davanti ai suoi occhi senza che lui potesse fare niente.
Pedalava, si impegnava, stringeva i denti e faceva di tutto per essere lì, per far vedere che quel tour non lo aveva vinto solo secondo i cartamenti, ma per davvero, voleva dimostrare di essere il più forte, ma tutto questo non faceva altro che staccarlo sempre di più. Era ormai entrato in un tunnel oscuro fatto di speranze distrutte alimentate da un ormai inutile tentativo di rialzarsi, “reagisci Andy reagisci” erano tanti quelli che provavano ad aiutarlo, ma più cercava di correre nell’intento di trovare l’uscita quelle voci si facevano sempre più lontane e quel tunnel sempre più infinito. Quando cercava di reagire e sembrava farcela, il destino era pronto ancora una volta a tendergli un’imboscata: cadute ed infortuni gli saltavano addosso gettandolo ancora una volta nell’abisso. Sembrava essersi ripreso in occasione del Tour de Suisse 2013, rischiò pure di vincere la tappa con arrivo a la Punt, ma un altro fatto da lì a poco lo avrebbe ancora di più sconvolto: la squalifica del fratello Frank ,trovato nel precedente Tour positivo a dei diuretici, si fece ancora più sentire. Era la goccia che faceva traboccare il vaso, la squalifica del fratello che da sempre lo aveva accompagnato durante ogni sua avventura era il suo colpo di grazia: la caduta nel baratro era ormai definitiva. Non cercava più appigli per salvarsi, ormai destinato a non realizzare più i suoi sogni, si consegnava alla rassegnazione rimanendo senza la forza per reagire. Era ormai giunta la sua fine come ciclista, ma ci fu qualcuno che credeva ancora in lui e lo aiutò ad evadere da quell’incubo senza fine.
Il 2014 si proponeva essere per lui l’anno della rinascita, erano ormai rinchiuse in questa stagione le sue speranze per tornare tra i migliori. Sembrava un Andy nuovo, completamente rinato: ora sulle salite non era più il primo che si staccava, ma lottava fino all’ultimo mantenendosi nelle prime posizioni del gruppo. Aveva riacquisito la determinazione di un tempo, “sono tornato” sembrava voler dire una volta per tutte, forse quel baratro era stato allontanato per sempre. Aveva così buoni propositi per ritornare in pista, al Tour avrebbe capito se ce l’avrebbe fatta, sembrava tutto perfetto, tutto troppo perfetto prima che il destino ancora una volta lo traesse in inganno. Al tour de France, la corsa che aveva vinto ma non vinto, nella terza tappa in Inghilterra fu costretto al ritiro dopo una terribile caduta, ma la diagnosi dell’incidente era più grave di quanto ci si aspettava.
Subì un intervento al ginocchio, poi riabilitazione, l’inizio di un lungo percorso che lo avrebbe ricondotto a ciò che amava di più nella vita, ma quel sentiero era più dissestato di quanto si pensava, caddero ancora una volta i sogni, le speranze di poter tornare come prima. La giovane promessa lussemburghese sembrava ormai essere un ricordo lontano mentre lui sempre più vicino al compiuto declino. Non si parlò più di lui sui giornali, forse dimenticato nella sua sofferenza durante la lotta contro quel fato crudele che mai gli aveva dato pace, si vociferò solo sui dubbi riguardanti il rinnovo del suo contratto. Poi all’improvviso la decisione da parte sua e della squadra di convocare una conferenza stampa, non era dichiarato ma ormai lo si pensava, Andy si era ormai arreso.
Brillano gli occhi ad Andy Schelck mentre attaccato ad un microfono racconta la sua lotta contro quel terribile infortunio, ha la voce smorzata e ferita da tutto quello che ha subito. Nel suo sguardo quasi perso nel vuoto si vedono scorrere tutte le immagini di quella sua stupenda avventura iniziata 9 anni prima all’età di vent’anni, si materializzano nella sua mente vittorie e imprese di ogni tipo che sono ormai entrate nella storia del ciclismo e nel cuore di tutta la gente. Passano i sogni per cui un tempo lottava ma che ora si sono distrutti, mai più raggiungibili, la speranza sulla quale sempre si era attaccato che ora è scomparsa. “ho preso questa decisione con tutta la squadra” inizia a dire. Poi fa un’ultima pausa, l’ultimo momento a sua disposizione per chiedersi se quello che sta facendo è giusto, se ne è sicuro. L’ultima occasione per cambiare idea, tirarsi indietro, dopo la quale non può più ripensarci. Poi si riavvicina al microfono con la mente ancora carica di tutta la storia della sua avventura, la sua indole di sognatore che solo in quel momento decide di arrendersi. Abbagliato dai flash e con gli occhi sul punto di lacrimare esprime la sua dolorosa decisione definitiva: “il ciclismo professionistico è finito per me, finirò la mia carriera alla fine di quest’anno”.









