Come spesso si è detto in casi analoghi, le ragioni del tonfo del Cagliari sono molteplici e di varia natura. Affondano parimenti le loro radici nelle vicissitudini degli ultimi anni della gestione Cellino, nelle guerre intestine combattute dalla società con comune e tifoseria volte al raggiungimento di chissà quale libertà, e nei primi mesi di presidenza di Giulini, un Manenti più credibile e solido economicamente – ci vuole anche poco – che dopo le mille promesse estive e i proclami di rito sembra nelle scorse settimane essersi quantomeno reso conto del suo completo fallimento.
La scelta di Zeman, reduce dalla raccapricciante esperienza romana – per intenderci, il tempo di Torosidis e Goicoechea -, come simbolo e base di partenza di un progetto forse fin troppo ambizioso non ha mai del tutto convinto la piazza. Figlio di una mentalità diametralmente opposta a quella che domina il calcio di oggi, il boemo si è ritrovato in mano una rosa del tutto inadatta alle sue esigenze: un mix tra calciatori finiti non in grado di usufruire al meglio di una preparazione fisica massacrante come quella che storicamente propone e di giovani svogliati o spesso non all’altezza della categoria che non lo ha certamente aiutato ad allestire una squadra vincente.
Dopo un avvio di campionato a suo modo incoraggiante – pareggio in casa dell’arrembante Sassuolo di Eusebio Di Francesco con Zeman che nel post partita predica alle telecamere di SKY che “chi parte per salvarsi è già retrocesso”, roboanti trionfi a Milano ed Empoli a mettere in ombra una serie di prestazioni per nulla esaltanti in cui la squadra era incappata nelle precedenti settimane -, il Cagliari è crollato di giornata in giornata schiacciato dal peso delle aspettative e delle pressioni della piazza. Quattro punti tra Milan, Lazio, Genoa, Napoli, Fiorentina, Chievo, Parma e Juventus, un gioco farneticante e un atteggiamento difensivo inqualificabile. A nulla è servito l’interregno di Zola, osannato come un novello Messia al suo arrivo nonostante la cinquina rimediata a Palermo al debutto e supportato dalla tifoseria anche nel peggiore dei momenti: il fragile centrocampo sardo è andato degradandosi di settimana in settimana, logorato anche dalla fatica, tanto da permettere a squadre certo non irresistibili – Atalanta, Verona, Inter su tutte – di stuprarlo brutalmente, di sminuzzarlo con un semplice passaggio filtrante.
La chiosa sull’orribile stagione del Casteddu è ad oggi il ritorno del boemo, chiamato a un’impresa ancora più ardua della precedente e finito nel mirino dei tifosi solo un mese dopo in occasione dello 0-3 rimediato nella sfida contro il Napoli.
Ma non sono questi gli aspetti più tristi della vicenda rossoblu. L’annata del Cagliari, sottotono tanto da risultare agghiacciante, per certi versi non c’è mai stata. Nessuno dalla decima giornata in avanti ha più parlato di ‘speranze salvezza’ in relazione alla compagine sarda – c’è stato più entusiasmo intorno al primo Parma di Taçi, il che è tutto dire; nessuno ci ha più provato; nessuno ci ha più creduto. Solo rassegnazione, rabbia, desolazione.
Le ultime giornate di questo torneo si prospettano per i ragazzi di Zeman un autentico calvario, una sorta di tiro al bersaglio in cui l’obiettivo dovrà essere quello di schivare frecce che arrivano da ogni dove. Stampa, tifoseria e società sembrano avere voltato le spalle al progetto, e così mentre a Cesena si sogna ancora una disperata rimonta ai danni di un’Atalanta mai irresistibile a Cagliari vige il silenzio.
Il vuoto intorno a una squadra fantasma, alla delusione più grande ma che era lecito aspettarsi dopo anni di confusione ed errori. Con la speranza che qualcuno, in estate o subito dopo, trovi forza per ingranare la retromarcia e lasciare questo vicolo cieco.









