Torino, stagione 1971-1972. C’è il derby, Juve-Toro. Lo stadio pieno. La città è ferma a godersi lo spettacolo. Il derby è gara a se, questo vale lo scudetto. Le dirigenze sono allo stadio, tutti, tranne un uomo. A casa, seduto in poltrona, da solo c’è Giampiero Boniperti. Non guarda la partita, non la ascolta alla radio, aspetta. A pochi minuti dal fischio finale arriverà l’avvocato Agnelli. L’avvocato, quando arriverà a casa del presidente della vecchia signora non gli rivelerà subito il risultato. Tra i 2 si consumerà un abituale siparietto. Agnelli, farà smorfie, dirà e non dirà, per tenere Boniperti sospeso sul filo dell’ansia. Poi alla fine, dopo essersi preso la sua personale soddisfazione dirà al presidente l’esito della gara. Ma facciamo un passo indietro.
Perchè Boniperti fu scelto per guidare la signora? La risposta sta tutta in un aneddoto. L’allora centravanti era uno abituare a fare tanti gol. L’avvocato Agnelli gli disse prima di ingaggiarlo: “Giampiero, se segni e giochi per noi ad ogni gol puoi scegliere un premio, ciò che vuoi“, Boniperti rispose: “Voglio mucche“. Bene, fece gol a raffica si scelse le mucche e le scelse sempre gravide. In un secondo il premio raddoppiava. In Boniperti l’animo semplice del fattore conviveva con l’arguzia dell’uomo di mondo. Agnelli lo capì e lo scelse come guida per la rinascita Juventina. Lascio il calcio dopo una partita che segno un epoca. Juve-Inter 60/61, dopo una controversia la Lega decise di far rigiocare la gara. Gli interisti protestavano poiché gli fu tolto il successo a tavolino, Moratti decise di far scendere in campo la primavera. Vinse la Juve 9-1. Fu l’ultima gara in campo di Boniperti.
Un “tirchio” al servizio degli Agnelli. Questo fu il Boniperti presidente, uno che stava male fisicamente a cacciare una sola lira di troppo. Era il giusto contrappeso all’animo espansivo dell’avvocato. Il loro sistema di check and balance (pesi e contrappesi), funzionava alla grandissima. L’avvocato esprimeva un velato desiderio, indicava un campione, Boniperti lo prendeva o cercava di prendere quello più affine al desiderio di Agnelli. Toppò, il presidente su Maradona, quando l’avvocato gli disse: “prendilo“, lui rispose: “costa troppo e quel nome sembra una bestemmia“. La sua carriera dirigenziale fu ugualmente strepitosa, un rapporto paterno con i giocatori lo rendeva unico. Non amava discutere, preferiva fare le cose a modo suo. La Juve prima di tutto. La Juve prima di tutti, anche di se stesso. Questo idillio durò fino alla stagione successiva al 1982. I campioni del mondo di ritorno dalla Spagna si fecero accompagnare da una figura naturalmente ostile a Boniperti: i procuratori. Il suo stile di trattativa ne uscì stravolto e iniziò a presentire la fine. Troppo furbo per diventare “vecchio”, in campo come dietro una scrivania.
Il rapporto con la Juve fu fruttuoso: Boniperti presidente vinse nove scudetti, due Coppe Italia, una Coppa Intercontinentale, una Coppa dei Campioni una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Uefa ed una Coppa Uefa quest’ultima fu il primo successo internazionale dei piemontesi.
In conclusione ecco una frase che riassume tutto il Boniperti pensiero: “Sono riuscito a portare alla Juve gente come Del Piero, Platini, Bettega, Zoff, Laudrup. Li ho pagati benissimo, nessuno si è mai lamentato».









