Home » »
Lo Sport 24 racconta… il Muro Walter Samuel

Lo Sport 24 racconta… il Muro Walter Samuel

focus adriano

Avete presente la frustrazione che si prova quando volete entrare in un locale e il buttafuori decide di non farvi passare? Provate in tutti i modi a convincerlo, a imbrogliarlo, ad aspettare che si distragga, ma tutti i tentativi si rivelano vani. Ecco, questa è più o meno la stessa sensazione che deve aver provato un qualsiasi attaccante di fronte a Walter Adrian Samuel. Il Muro, così soprannominato proprio per la grande capacità di far rimbalzare gli attacchi degli avversari come palline, in campo ha sempre mostrato spavalderia e un po’ di aggressività, caratteristiche che perde però appena tolti gli scarpini. Mai una parola sbagliata, mai un gesto degno di clamore fuori dal rettangolo verde: in tanti anni di carriera Samuel ha fatto parlare di sé sempre solo per le prestazioni mostrate nei 90′ di gioco, nascondendosi poi nell’ombra, al riparo da interviste e notorietà.
Per ripercorrere la storia di uno dei più grandi difensori del calcio 2.0 voglio partire proprio dalle parole del Muro, talmente rare da essere diventate un tesoro da custodire con cura.

“Mi chiamo Walter Lujan e voglio fare l’attaccante”
Il nome Walter Lujan probabilmente non vi dirà niente: il bambino che ha pronunciato questa frase non è infatti mai diventato famoso come centravanti. Walter era un ragazzo come tanti in Argentina, giocava in un campetto cittadino con la porta delimitata da due magliette poggiate a terra e sognava di diventare un grande attaccante, di quelli che trascinano alla vittoria la loro squadra a suon di goal. La carriera di Walter comincia nelle giovanili del Firmat, dove viene allenato da Osvaldo Corsetto, il quale si accorge però ben presto che quel bambino dagli occhi color ghiaccio non avrebbe mai fatto strada stando in attacco. Decide così di arretrarlo, posizionandolo al centro della difesa. Corsetto ancora non sa che l’idea di cambiargli ruolo farà diventare Walter uno dei più grandi centrali difensivi del mondo.
Comincia così la storia di The Wall, nato con il nome di Walter Lujan e diventato Walter Samuel solo più avanti, quando decide di prendere il cognome del padre adottivo. 

La Bombonera era lo stadio dei sogni di bambino, e col Boca ho vinto tutto. Nei derby col River sentivi il campo tremare, l’emozione prendeva alla gola”.
Dopo due stagioni al Newell’s è subito il momento di approdare in una grande squadra: ad aprire le porte a Samuel è il Boca Juniors, dove arriva nell’ultimo giorno di mercato. E’ finito il tempo dei giochi, Walter è chiamato a dimostrare quanto vale, e non se lo fa ripetere due volte: nelle tre stagioni trascorse con la maglia del club di Buenos Aires vince infatti Apertura, Clausura e Libertadores.

“Alla Roma ho passato anni fantastici, lì è nata la mia prima figlia, è una squadra che porto nel cuore perché mi ci sono trovato bene. Quando abbiamo vinto lo scudetto è stato indimenticabile
Le prestazioni di quel ragazzo dagli occhi color ghiaccio con la maglia del Boca attirano ben presto l’attenzione degli osservatori della Roma, e nel 2001 Samuel fa le valigie, attraversa il mondo e arriva nella Capitale. In maglia giallorossa regala subito ai tifosi la possibilità di tornare a gioire per uno scudetto (l’ultimo della Roma era datato ’82-’83). Il Muro rimane nella Capitale per altri tre anni, nei quali vince anche una Supercoppa, per poi volare in Spagna alla corte di Florentino Perez.

“Samuel es la mosca en la supa”
Così uno dei principali giornali spagnoli riassumerà la stagione dell’argentino al Real Madrid. Un anno difficile per il Muro, che sembra aver perso la grinta che l’ha sempre contraddistinto. Il pubblico non riesce ad innamorarsi del suo gioco, lo ritiene troppo rozzo, e anche la squadra non lo aiuta: la rosa dei Galacticos in questi anni è infatti stata riempita di giocatori di talento, ma non c’è alla base un progetto ben solido. Samuel ancora non sa che la cupa avventura in Spagna è però solo un periodo di transizione prima della consacrazione: alle porte c’è infatti l’Inter di Massimo Moratti.

“I nove anni in nerazzurro sono stati indimenticabili: con il passare del tempo vedevo che negli occhi degli avversari cresceva il rispetto, il timore, perché arrivavamo noi”
Samuel in nerazzurro si mostra fin da subito devastante: da Cordoba a Burdisso, passando per Materazzi e Lucio, chiunque sia il suo compagno di reparto, il Muro è sempre artefice di prestazioni eccellenti. Conquista rapidamente i tifosi nerazzurri, che non restano indifferenti di fronte al suo tempismo perfetto, alle sue gradi doti aeree e alla sicurezza e grinta con cui difende la porta nerazzurra. “Ho sempre odiato prendere gol, anche in allenamento. Mai abituato all’idea, non ci riesco. Detesto vedere la palla che entra nella mia porta” risponde a chi gli domanda come faccia ad essere sempre così concentrato e pronto.

“Dell’Inter porterò sempre nel cuore le vittorie, tutte di una squadra matta, ogni partita era sempre aperta fino all’ultimo: mai stati capaci di chiuderne davvero una”
Nel cuore si Samuel una vittoria in particolare occupa un posto speciale: Inter-Siena, anno 2010. E’ il 90’ e la formazione di José Mourinho è in svantaggio per 2-3. Sneijder segna la rete che vale il pareggio, ma lo Special One vuole di più, e decide così di tenere Samuel in attacco fisso per gli ultimi istanti di gioco. In campo ci sono Milito, Arnautovic, Pandev, e poi c’è lui, che in questo momento si sente più Walter Lujan che Walter Samuel. La porta non è più delimitata da due maglie poggiate a terra, ma la voglia di fare goal è sempre la stessa di tanti anni prima. La palla giunge tra i suoi piedi e The Wall non se lo fa ripetere due volte: controllo, sinistro preciso nell’angolino e urlo di gioia. La tifoseria nerazzurra è in visibilio, anche se forse non sa che quello che è appena successo è sempre stato uno dei più grandi sogni del difensore argentino.

“Quando un attaccante ti vuole umiliare con dribbling, veroniche e slalom, fagli sentire lo spessore dei tacchetti sullo stinco”
Tutti gli attaccanti lo sapevano: dopo due, massimo tre minuti di gioco, arrivava il suo avvertimento. Fallo alla Samuel l’ha addirittura chiamato qualcuno, quasi l’avesse inventato lui. Appena dopo il fischio di avvio da parte dell’arbitro The Wall faceva subito capire al centravanti avversario chi comandava, gli consigliava, in modo inequvocabile, che era meglio girare alla larga e non perdere neanche tempo a cercare di fregarlo.

“E’ stato veramente emozionante, quando i miei compagni mostrarono la mia maglia dopo l’infortunio. Era la seconda volta che mi capitava un infortunio brutto e ho pensato davvero al peggio”
Dicembre 2007, derby della Madonnina. Samuel è un vero e proprio portafortuna per la formazione nerazzurra (10 vittorie su 11 partite in tutta la sua avventura a Milano). Quell’anno l’Inter passa in svantaggio per un magistrale goal di Pirlo, e la formazione rossonera continua ad attaccare, sperando di trovare il raddoppio. Ad un certo punto Kakà, in uno dei suoi anni migliori, prende palla e punta la porta. Tra lui e il portiere c’è però il Muro: Kakà si allunga, fa una finta a destra, ma Samuel non lo lascia passare. Repentino cambio di direzione a sinistra, il numero 25 nerazzurro lo segue ma il suo ginocchio fa un movimento innaturale: Samuel non la dà vinta a Kakà neanche in quel momento, e crolla a terra solo quando il gioco è fermo. L’infortunio al ginocchio sinistro è più grave del previsto, la stagione è finita. Il Muro non ci sta, non si arrende: torna in campo il 9 novembre dell’anno successivo contro l’Udinese e si riprende fin da subito il posto da titolare.
Stagione 2010-2011, dopo aver vinto campionato, Coppa Italia, Champions League e Supercoppa italiana, l’Inter si prepara per il Mondiale per Club. Il 6 novembre, contro il Brescia, il destino si accanisce però nuovamente sul Muro: lesione al legamento crociato anteriore e collaterale esterno del ginocchio, questa volta il destro. Nessuno ci vuole credere, è come se la bravura di Samuel fosse proporzionale all’entità dei suoi infortuni. Walter torna un’altra volta in infermeria, è costretto a fare da spettatore nella vittoria del Mondiale da parte dell’Inter. Chiunque, dopo due infortuni del genere e dopo aver vinto tutto, si sarebbe arreso, avrebbe probabilmente appeso gli scarpini al chiodo. Walter no, non sopporta di subire un goal da un avversario, figuriamoci se avrebbe mai permesso alla sfortuna di infliggergli una sconfitta così grave.
A metà maggio 2011 torna così in campo, tra la commozione e lo stupore generale.

“E l’atmosfera di San Siro non me la scorderò finché campo. È stato bello. Anche finire adesso, al momento giusto”
10 maggio 2014, ore 22 e 30 circa. Uno stadio Sansiro visibilmente commosso applaude per l’ultima volta gli eroi argentini del Triplete, i componenti della seconda Grande Inter. Tra i giocatori che assaporano il saluto della Scala del Calcio c’è anche lui, Walter Samuel. Fa strano vederlo con gli occhi lucidi, il groppo in gola e una fragilità che cerca di nascondere, ma senza riuscirci. Perché negli anni abbiamo imparato a conoscerlo, ad andare oltre il suo sguardo di ghiaccio e la sua durezza in campo.

The Wall è stato il simbolo di cosa vuol dire combattere per difendere una maglia, essere un fuoriclasse in campo ma rimanere un uomo straordinariamente comune fuori dal rettangolo di gioco.
Samuel ha detto addio all’Inter, ma non al calcio: oggi gioca con la maglia del Basilea in quella che è presumibilmente la sua ultima stagione da calciatore. Questo sport si gode così gli ultimi atti di un giocatore, e un uomo, che difficilmente ritroverà, e Samuel a sua volta cerca di imprimersi bene nella mente le emozioni che solo questo mestiere riesce a trasmettergli. Come due innamorati consapevoli di doversi separare presto e che si tengono stretti fino all’ultimo istante.

Picture of Federica Sala

Federica Sala

21 anni, studentessa di Linguaggi dei Media all'Università Cattolica di Milano. Esperta e amante di calcio, mi occupo del settore giovanile e dei social network.