Da oggi non diremo più che i greci combattono come gli eroi, ma che gli eroi combattono come i greci. (Winston Churchill)
Ogni competizione calcistica internazionale ha una sua Cenerentola, la squadra che parte senza i favori del pronostico ma che stupisce appassionati e addetti ai lavori: classicamente la Cenerentola supera la prima fase, accattivandosi le simpatie degli addetti ai lavori e poi soccombe contro avversarie più quotate. Non è questo il caso della Grecia di Otto Rehhagel, la più grande sorpresa che il calcio ci abbia regalato nel decennio appena trascorso: una formazione sulla carta modesta, armata solo di grinta e applicazione difensiva che nel 2004 si arrampicò fino al tetto d’Europa.
Otto Rehhagel non è uno dei tanti allenatori che siedono sulla panchina di una Nazionale per un prestigioso prepensionamento: sul suo scaffale troneggiano tre Meisterschalen, conquistati con Werder Brema e Kaiserslautern, e altrettante Coppe di Germania. Peccato che la prima partita da C.T. non sia all’altezza del suo palmarès e la Grecia crolla 5-1 contro una Finlandia non irresistibile. Herr Otto ci mette poco a capire che così non si va da nessuna parte e inizia la sua rivoluzione: chi non suda se ne sta a casa, a prescindere dal nome sulla maglietta e dal club di militanza. Il sergente di ferro si lamenta anche dello scarso supporto dei tifosi e dispone che tutte le partite di qualificazione si tengano allo stadio Apostolos Nikolaidis, casa del Panathinaikos, piccolo ma più caloroso del Georgios Karaiskákis, dove gioca l’Olympiakos.
I giocatori e l’opinione pubblica non approvano, Rehhagel risponde piccato: “Qui giocano i migliori” e i risultati danno ampiamente ragione al tecnico: la Grecia vince il proprio girone di qualificazione a Euro 2004 guadagnandosi la sua seconda partecipazione alla competizione e costringe la favorita Spagna a disputare lo spareggio.
Il sorteggio del girone non è tenero con gli ellenici: ci sono i padroni di casa del Portogallo, che possono schierare talenti come Figo, Rui Costa e l’astro nascente Cristiano Ronaldo, l’indecifrabile Russia e proprio la Spagna. Rehhagel è un uomo di calcio navigato e sa che le speranze di far bella figura passano tutte dall’applicazione tattica e dalla grinta dei suoi: al di là dei moduli e dei numeri imposta una squadra fisica e accorta, lasciando un attaccante di peso come Charisteas a fare a sportellate con i difensori avversari per guadagnare metri e calci piazzati. La linea difensiva riconosce il suo leader in Traianos Dellas, onesto mestierante con i colori della Roma ma baluardo insostituibile in Nazionale; in mezzo al campo capitan Zagorakis e Basinas hanno il compito di tappare i buchi e di appoggiare Karagounis, che in Italia era passato agli almanacchi soltanto come uno dei tanti acquisti folkloristici dell’era Moratti.
Fa sorridere persino lo staff tecnico della Nazionale greca: mentre le altre squadre possono contare su folte schiere di preparatori, Rehhagel è aiutato durante gli allenamenti soltanto da una persona, nonché suo traduttore personale.
La Grecia però non ci sta a fare da sparring partner e lo mette in chiaro sin dalla partita inaugurale contro i padroni di casa: pronti via e un disimpegno sbagliato dalla difesa regala palla a Karagounis sulla trequarti lusitana, il fantasista punta l’area senza tanti complimenti e con un destro secco porta subito i suoi in vantaggio. Rehhagel in panchina predica calma ma ha capito che la partita si è già messa sui migliori binari possibili. I padroni di casa attaccano ma prestano il fianco alle ripartenze e Seitaridis a inizio ripresa si invola sulla fascia prima di essere affossato da Cristiano Ronaldo in piena area: calcio di rigore, esecuzione da manuale di Basinas e partita messa in cassaforte, nonostante il gol ininfluente incassato in pieno recupero.
È la prima vittoria della Nazionale ellenica in una fase finale degli Europei ed il Paese è già in delirio: un gestore di albergo promette una settimana di vacanza gratuita a tutti i giocatori e le loro famiglie, ma Karagounis declina gentilmente di fronte alle telecamere, spiegando che dovranno rimanere in Portogallo fino al 4 luglio per vincere la coppa.
La Spagna è il secondo avversario e vanta una coppia di attaccanti di assoluto spessore come Raul e Morientes: il prevedibile vantaggio spagnolo alla mezz’ora sembra sentenziare che la vittoria greca all’esordio sia stata il più classico dei fuochi di paglia, ma gli ellenici restano mentalmente in partita fino a che Charisteas non sfrutta un’imbeccata dalla destra per inserirsi in area e trovare il gol del pareggio finale.
La partita conclusiva del girone si preannuncia come la più abbordabile, contro una Russia già eliminata e priva di due titolari per squalifica: peccato che al 17′ la Grecia sia già sotto per 2-0. Rehhagel suona la carica, manda un segnale sostituendo Basinas prima dell’intervallo e i suoi lo recepiscono al volo: Zisis Vryzas accorcia le distanze con una bella giocata in area e riscatta la pessima stagione trascorsa con la maglia della Fiorentina. Il risultato non cambia più, ma al termine dei 90′ la differenza reti sorride alla Grecia e condanna la Spagna, battuta di misura dal Portogallo: è la prima volta che la Nazionale greca si qualifica ai quarti di finale della massima competizione continentale.
L’imminente quarto di finale però crea due problemi alla Nazionale ellenica. Innanzitutto l’avversario si chiama nientemeno che Zinedine Zidane e i suoi compagni di squadra sono i vari Henry, Thuram e Trezeguet che hanno scritto una pagina indelebile di storia del calcio europeo, ma quello che veramente preoccupa Rehhagel e il suo staff è qualcos’altro: la Federazione non si aspettava questo exploit, ha già comprato i voli di ritorno per Atene e aveva prenotato l’albergo soltanto per la durata del girone.
Rehhagel prepara il match contro i Galletti alla vecchia maniera e imposta ben otto marcature a uomo sui propri avversari: i giocatori non apprezzano, litigano con il tecnico pochi minuti prima del fischio d’inizio e decidono di non applicare i dettami dell’allenatore, ad eccezione di Seitaridis che diventa l’ombra di Henry. Ci sono tutti i presupposti per una clamorosa debacle contro una delle migliori squadre del torneo, ma la Grecia imbriglia per 90′ i transalpini e a mezz’ora dalla fine un cross dalla destra di Zagorakis trova Charisteas smarcato in area: l’incornata è perentoria e Barthez non prova nemmeno il tuffo. 1-0 per i greci, Francia a casa.
L’ultimo ostacolo prima della finale di Lisbona è la Repubblica Ceca rivelazione del torneo grazie al capocannoniere Milan Baroš e sopratutto al Pallone d’Oro Pavel Nedved: proprio il biondo juventino è diffidato e per non saltare la finale, come già avvenne a Manchester l’anno prima, giocherà col freno a mano tirato prima di infortunarsi a ridosso dell’intervallo.
Il copione della partita è prevedibile: pallino del gioco in mano ai cechi e greci a difendersi con il cuore e con il supporto dei 20.000 tifosi giunti all’Estàdio do Dragão. Il risultato però non si sblocca e si va ai supplementari: Rehhagel butta nella mischia Vassilios Tsiartas, uno dei più dotati tecnicamente ma fino a quel momento impiegato con il contagocce. Allo scadere del primo tempo supplementare è proprio il nuovo entrato a incaricarsi di un corner dal lato destro e il tecnico tedesco gli chiede uno schema con palla sul secondo palo; il fantasista dell’AEK fa di testa sua e col mancino pennella una traiettoria tagliata sul primo palo, dove irrompe Dellas che tocca quel tanto che basta per portare i suoi in vantaggio. È il primo e unico silver goal nella storia della competizione e la Grecia si ritrova in finale nonostante una partita passata in trincea a soffrire.
Il cerchio si chiude: per la prima volta la finale del torneo è identica alla partita inaugurale e l’ultima puntata della kermesse continentale va in onda il 4 luglio 2004. Lo stadio è completamente esaurito e si racconta che persino il padre di uno dei giocatori in campo, Kapsis, abbia dovuto comprare il proprio biglietto al mercato nero; l’entusiasmo greco è incontenibile e la squadra non si pone più limiti. Il Portogallo mette in mostra il suo consueto gioco arioso e propositivo ma non sfonda mai la compattissima retroguardia greca e il portiere Nikopolidis conclude il primo tempo con i guantoni quasi intonsi: sale la pressione sui padroni di casa che si innervosiscono, gli ellenici lo capiscono e a inizio ripresa alzano il loro baricentro. Il minuto decisivo è il 57′: Basinas batte un calcio d’angolo dalla destra, il portiere lusitano Ricardo è ostacolato nell’uscita da due suoi compagni e Charisteas anticipa tutti. La rete si gonfia e la gioia ellenica è sovrastata dall’incredulità dei 22 in campo e di tutto un continente incollato al televisore: la favola della Cenerentola greca non è mai stata così vicina a compiersi davvero.
Come nei film, poco prima del lieto fine si rende necessario il massimo sforzo: il Portogallo si gioca il tutto per tutto e al 74′ Cristiano Ronaldo si invola in solitaria, Nikopolidis esce alla disperata ma il futuro talento del Real Madrid spara alto sopra la traversa. A 10′ dal termine è Ricardo Carvalho a provarci, ma Nikopolidis è in giornata di grazia; a una manciata di secondi dal triplice fischio anche la buona sorte mette la firma sul trionfo greco, facendo uscire di pochi centimetri il tiro a botta sicura di Figo.
Quando il fischietto tedesco Merk fischia tre volte, è l’apoteosi di un popolo intero. Mentre il Portogallo si risveglia dal sogno e un poco più che adolescente Cristiano Ronaldo piange a dirotto, la festa esplode in campo, sugli spalti (compresi il Primo Ministro Karamanlis e il capo dell’opposizione Papandreu) e sopratutto nelle città; i giocatori atterrano all’aeroporto di Atene e trovano migliaia di tifosi ad acclamarli. La politica decide di approfittare di questo palcoscenico e i festeggiamenti ufficiali sono preceduti da un’interminabile monologo del capo del governo: i giocatori sono insofferenti tanto che le telecamere inquadrano Katsouranis e il suo labiale, traducibile con “Falla finita, s***nzo“.
Ma la retorica della classe dirigente non macchia l’impresa di una squadra sospinta da un’intera Nazione che ha trasformato la sua utopia in realtà: a un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Atene la Grecia impartisce un’indimenticabile lezione di grinta e determinazione al mondo intero e ci insegna, ancora una volta, che le favole esistono davvero.
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