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NIBALI – Un successo tutto italiano

NIBALI – Un successo tutto italiano

Italia Nibali: una boccata d’aria in tempi duri.

Nibalì, il siciliano di Francia, l’emigrante di un ciclismo epico che ci conferma nelle nostre passioni, nei valori incancellabili di un Italia che muore e risorge ogni giorno. Che non si arrende, che mostra a tutti il volto del suo coraggio e della sua creatività. Un mattone alla volta fra la meraviglia del mondo. Con l’umiltà che diventa pedagogia di vita. Lo sport che si fa didattica, educazione.

A 16 anni dal trionfo di Marco Pantani, i Campi Elisi accolgono un nuovo campione d’Oltralpe, il settimo italiano che vince per almeno una volta il circuito francese: più forte di tutto e di tutti nel Tour de France 2014, Vincenzo Nibali va ad incastonare la gemma più preziosa nel suo già ricco palmares. E’ nel ristretto novero dei “campionissimi” che hanno vinto almeno una volta Tour, Giro d’Italia e Vuelta di Spagna.

Sono felice per Nibali, è stato bravo. Ora lo aspetto a braccia aperte. Sono stata io a farlo vincere? No, no, è stato bravo lui”. Questa la dichiarazione di Tonina Pantani, mamma di Marco. Nibali aveva annunciato che in caso di vittoria del Tour avrebbe regalato la maglia gialla a Tonina, visto che proprio Tonina, in occasione del decennale della morte di Marco, aveva donato la maglia gialla di Marco proprio a Vincenzo.

Ma bisogna sottolinearlo. Questo di Vincenzo Nibali è un altro ciclismo. Vent’anni di corse “drogate”, di illeciti sportivi e penali, dopo il rischio per la salute dei corridori è finalmente tornata la normalità. Ora è impossibile che un’atleta qualunque ti scatti in faccia. Sono finiti i tempi del doping. E’ nella normalità che Vincenzo germoglia come i veri campioni. Quasi trentenne, un passo alla volta, esperienza dopo esperienza. Al Tour era già stato terzo, al Giro e alla Vuelta anche sul podio. Lo “squalo dello stretto”, il ragazzo del sud cresciuto ciclisticamente in Toscana, vive su una bici da quando aveva quindici anni. Quello che ha fatto in Francia è un’impresa che arriva da lontano.

Da Messina, città Natale a Mastromarco, in Toscana appunto, piccola frazione del comune di Lamporecchio. E’ qui che Vincenzo Nibali è cresciuto da un punto di vista ciclistico. Ieri tutto il paese si è riunito alla sede del club “I Cannibali” per assistere all’ultima tappa del Tour. Quando Nibali ha tagliato la linea del traguardo è scoppiata l’apoteosi e si è alzato il coro “Vincenzo, Vincenzo, Vincenzo”. Ma come avvertiva uno striscione fuori dalla sede: «Questo è solo l’inizio…». Ma è stata festa in tutta l’Italia sportiva e non. In terra toscana “Lo Squalo” ha corso molti anni, da juniores e dilettanti, facendosi molti amici ed estimatori. Se possibile più che in Sicilia.

Più di ogni altro sport il ciclismo declina l’eroismo e l’avventura, la forza e il sogno

Il suo Tour ha il sapore della leggenda. Più di ogni altro sport il ciclismo declina il coraggio e l’avventura, la forza e il sogno. Nibali ha vinto quattro tappe e le ha vinte su tutte le salite, luoghi che segnano la storia della corsa più importante al mondo. C’è spesso il rischio della retorica che accompagna il racconto delle due ruote. Andreotti telefonò per conto di De Gasperi nel 48 a Bartali per chiedergli di vincere il Tour. Gli italiani ne avevano bisogno. L’attentato a Togliatti aveva portato il Paese sull’orlo della guerra civile. L’Italia di oggi è segnata da una crisi morale ed economica durissima. Abbiamo bisogno tutti di autostima. Ieri nel giorno della Concordia attraccata in sicurezza nel porto di Genova, Nibali ha confermato che gli italiani sono capaci di imprese all’apparenza irrealizzabili. Ha dimostrato che possiamo e dobbiamo essere orgogliosi delle nostre qualità e della nostra identità. Grazie a Vincenzo, grazie al ciclismo e grazie allo sport, strumento di audacia e di futuro.

Il ciclismo scava l’anima, si nasconde in centinaia di chilometri, nel ricordo della strada e dei tifosi che emergono sulle cime più alte. Stadi all’aperto, teatro greco rivissuto anche nei drammi di vittorie e sconfitte.“L’uomo cavallo” come recitava Gianni Brera, da fatica nella fatica, con la gente che ogni tanto ammoniva il ragazzo Nibali: “Ma dove vai Enzino? Col ciclismo si muore di fame, meglio il calcio…”. Le corse a tappe sono lunghi tragitti dell’esistenza, ti abbandoni ai pensieri, ti eserciti a resistere, e le salite ricordano quanto possa essere difficile raggiungere un traguardo, qualsiasi tipo di obiettivo. La bicicletta è assai più di un semplice mezzo di trasporto, sostiene chi l’ama e la pratica. E’ una simbiosi esistenziale. Pensateci, non abbiamo avuto tutti, nel profondo del nostro cuore, una voglia corsara di arrivare primi, con uno scatto, un allungo che ci portasse a primeggiare?

Un ultima annotazione. Nibali aggiunge alla leggenda la sua gentilezza, la buona educazione, il rispetto per gli avversari e la dedizione per i compagni di squadra. Un lungo, intenso ed autentico insegnamento per tutti noi. Persino un monito, che nasce dall’umiltà del campione.

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Gianmarco Blasi

Giornalista, giurista, appassionato di calcio e ciclismo, lucano al 100%.