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TOTTI – Quattro minuti rubati all’eternità: c’è solo un Capitano

TOTTI – Quattro minuti rubati all’eternità: c’è solo un Capitano

Francesco Totti capitano

Francesco Totti entra al minuto 86′ di un complicatissimo Roma-Torino e ribalta il risultato con una doppietta, siglata in meno di quattro minuti. Cosa dovremmo dire di più sul capitano?

SILENZIO
Sarebbe bello potersi astenere dallo scrivere considerazioni trite e ritrite, quasi scontate oramai, e farsi un’idea della grandezza di quanto è accaduto dal solo boato dello stadio Olimpico. Restare in silenzio ad ascoltare l’urlo unanime dei tifosi, senza telecronaca, senza replay dei gol.
Ci lavoreremo, ma per adesso questo non si può fare, così il nostro ossequio dovrà necessariamente prendere la forma e le sembianze di un testo. Però partiamo ancora dal boato: cercate di figurarlo nella vostra testa. Lo sentite? Più forte, era più forte. Per comprenderne le ragioni, è necessario risalire alle premesse, alle cause, a tutto ciò che ha concorso a renderlo così com’è stato. Perché vedere un dipinto è una cosa, ma coglierlo nella sua genesi è più profondo; perché mangiare le lasagne della nonna è sublime, ma osservarla nei passaggi in fase di preparazione predispone il palato.
In principio fu il dissidio pluricitato TottiSpalletti. Non vogliamo tornare sulle vicende già trattate, ma dobbiamo tenerle ben presenti. Dobbiamo sapere della convivenza difficile, del rinnovo di contratto che non c’è, dell’allenatore che riconosce l’importanza del suo Capitano, ma cerca di non ridurre la squadra a lui soltanto, di trattarlo come gli altri, di giudicarlo in base alla corsa e all’impegno negli allenamenti. Dobbiamo sapere che a Roma tutto questo non si può fare. O meglio, si può, ma poi devi fare i conti con il momento in cui lo speaker dell’Olimpico annuncia le formazioni e il tuo nome di allenatore viene coperto dai fischi. Ed è bello, ed è giusto, perché un amore così grande deve essere ricambiato. E in amore i difetti non si vedono, o si fa finta di non vederli, perché il rapporto costruito vale molto di più. Spalletti non vive su un altro pianeta, tutto questo lo sa. Quindi siamo molto convinti quando diciamo che per affrontare il beniamino in questo modo ci vuole tanto coraggio e grande personalità.
E’ in questo clima che al minuto 35′ della partita di ieri sera il Torino passa in vantaggio all’Olimpico con il rigore di Belotti. Il tempo di incassare il colpo con stile, poi l’allenatore si avvicina alla panchina e fa cenno a Francesco che è già il momento di cominciare a scaldarsi. Ma nel secondo tempo le cose sembrano sistemarsi: Manolas pareggia i conti al 66′ e l’inerzia della partita si tinge di giallorosso. Il Capitano continua con lo stretching, ma a questo punto potrebbe anche non essere premiato: in campo è già entrato Dzeko e i progetti del tecnico hanno già stampato sopra il nome di Miralem Pjanic per equilibrare il centrocampo rinunciando a un’ala. All’80’ il cambio si realizza ed El Shaarawy lascia il posto al bosniaco, ma non c’è il tempo per capire se si tratti di una scelta vincente: Bruno Peres si mangia la fascia destra e dal fondo pesca sul secondo palo l’inserimento di Martinez, che tutto solo firma l’1-2. A questo punto, pensano i tifosi (che forse lo pensavano già prima), si potrebbe mettere direttamente Er Pupone. Ma Spalletti, che spiegherà di aver temuto anche l’infortunio di qualche giocatore non al meglio, aspetta ancora fino all’86esimo, e forse va bene così. Totti sostituisce Keita, il pubblico gli riserva un boato sulla fiducia; se lo avessero prolungato per una manciata di secondi, sarebbe diventato pertinente. Infatti all’ingresso del Capitano Pjanic è sul punto di battuta di un calcio di punizione dalla trequarti: Totti va a sistemarsi dentro con i compagni. Non fuori area per una ribattuta, non sul primo palo per sorprendere tutti. Manolas spizza la punizione, sul secondo palo si materializza Lui con la zampata tesa. Sono passati 22 secondi dal cambio: il resto è delirio sugli spalti. Totti salta i cartelloni pubblicitari e apre le braccia alla sua sposa, la Sud, che ricambia.

Passano appena due minuti, è l’89’, e viene fischiato un calcio di rigore in favore dei giallorossi. Non starò qui a scherzare sul fatto che nessuno si azzardi a prendere quel pallone. Quello è roba Sua. Tutti sanno bene a cosa stanno per assistere; nessuno mette in conto – non se la prenda Padelli – che quel rigore possa essere sbagliato.
Una considerazione importante riguardo alle incomprensioni con Spalletti è quella sottoposta ieri dal giornalista Mediaset Massimo Callegari allo stesso allenatore giallorosso: può essere che questo trattamento, questa dissacrazione, questa sfida sia il modo migliore per motivare il campione? Che 50 minuti di riscaldamento lo portino a fare una cosa del genere? Non stiamo dicendo che la cosa sia automatica, ma che forse questo rapporto potrebbe rimanere esattamente così com’è senza fare del male alla Roma, anzi.
Parliamoci chiaro: se su quel dischetto, per completare una rimonta in 4 minuti, si fosse presentato un qualsiasi altro calciatore, si parlerebbe di impresa eccezionale, di destino, di scelte, ma non di leggenda. Ecco perché era così importante conoscere l’impasto di questa storia. Perché su quel dischetto si è presentato Francesco Totti con i suoi 40 anni, con le liti sulle spalle, con la storia nel passato, senza un contratto per il prossimo anno e via dicendo. Rigore calciato nell’angolino basso alla destra del portiere. Poi francamente servirebbe solo silenzio. Il boato è il doppio di quello di prima, Totti fissa ancora la sua sposa, la Sud. Sembra essere sicuro che uno qualsiasi di quei tifosi, se avesse avuto il suo talento, sarebbe rimasto tutta la carriera alla Roma, proprio come ha fatto lui. Sembra tranquillizzarsi con questa consapevolezza.

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Riccardo Congiu

21 anni, studente di Lettere moderne alla Statale di Milano.