La pallanuoto è uno di quegli sport al quale ci si appassiona ogni quattro anni. Ad ogni Olimpiade la difesa del suolo, pardon dell’acqua patria diventa un valido motivo per mostrare le proprie doti tecnico-tattiche al compagno di divano mentre la televisione manda in onda le partite del Settebello, la squadra italiana che scende in vasca composta da sette atleti dal fisico statuario.
Come ogni disciplina dalla buona tradizione, anche la nostra pallanuoto deve alcune delle sue terminologie ad un grande del giornalismo italiano: Niccolò Carosio, infatti, era solito chiamare ‘Settebello’ la formazione della Rari Nantes Napoli durante i match del campionato, e quando all’Olimpiade del 1948 scesero in acqua i partenopei Areno, Buonocore e Bulgarelli fu facile per il telecronista affibbiare il nome, che poi fece leggenda, alla formazione italiana, medaglia d’oro in quella edizione.
Alla competizione a ‘cinque cerchi’ del 1992, l’Italia si presenta come una delle favorite; nello ‘stivale’ è il Savona a vincere il titolo prima di cedere alla ‘legge del Posillipo’ che vigilerà per 4 anni consecutivi. La grande corazzata Recco è nel pieno della più grande crisi di successi del ‘dopo Guerra’: tra il 1984 e il 2002, infatti, non riuscirà ad alzare alcun trofeo.
La Nazionale è comunque compatta, costruita sulla solidità difensiva e in attacco il peso grava sulle spalle di Ferretti: dall’’Airone Azzurro’ Attolico a Campagna, da Silipo ai fratelli Porzio. Il vero top player, però, siede sulla panchina: Ratko Rudic guida l’Italia da un anno, è un croato figlio della Yugoslavia. I baffi non intrappolano le parole che gli escono dal cuore: ha un carattere istrionico, esplosivo ma soprattutto è un condottiero.
Davanti agli azzurri, solo la Spagna: squadra ospitante trascinata da quello che è considerato ‘il Maradona o il Michael Jordan della pallanuoto’ Manuel Estiarte.
Il primo confronto tra le due squadre avviene nella fase a gironi, quando iberici e italiani si incontrano nel penultimo match che decreterà, sostanzialmente, il vincitore del raggruppamento. La gara è tesa, giocata sulla tattica quasi fosse una partita a scacchi: chi perde dovrà vedersela in semifinale contro la Squadra Unificata e nessuna delle due compagini ha intenzione di incontrare la formazione nata dalle ceneri della grande Unione Sovietica. L’Italia parte con un piccolo ritardo in classifica (la vittoria valeva ancora due punti) frutto del pareggio alla gara d’esordio contro l’Ungheria. In acqua i ragazzi di Rudic danno qualcosa in più degli avversari, la solidità difensiva viene messa alla prova dalle incursioni del fenomenale numero 5 avversario, in avanti l’Italia è precisa ma il tabellone finale parla chiaro: è un 9-9 che spedisce i nostri dinnanzi alla montagna sovietica.
Il palmares sovietico è impressionante: 5 Europei, 2 Mondiali e 2 Ori Olimpici nell’arco di 40 anni. Alla XXV Olimpiade partecipa una squadra piuttosto giovane, capitanata dal veterano Saranov. Il primo periodo va ai futuri russi poi l’Italia pareggia prima dell’intervallo. La ripresa è equilbrata e soltanto un guizzo ad una manciata di istanti dalla sirena manda il Settebello in finale.
Sarà il secondo round contro la Spagna che intanto ha battuto agilmente gli USA e non esisterà più parità.
La piscina Bernat Picornell, nel capoluogo catalano, è gremita, piena in ogni ordine di posto. Qualche bandiera tricolore sventola in mezzo all’ ‘infierno amarillo y rojo’.
La XXV Olimpiade è stata un successo per gli spagnoli che hanno messo nel sacco 21 medaglie, delle quali 13 del metallo più prezioso, e sono decisi a concludere al meglio, festeggiando il successo della formazione maschile di pallanuoto.
Rudic, a bordovasca, non fa trasparire emozioni: vestito in polo e costume a calzoncino blu (come la calotta che indossa l’Italia), urla con fermezza le proprie indicazioni ai suoi uomini. Il 9 agosto 1992, alle 17, più che mai la forma non deve rubare spazio alla sostanza.
Gli azzurri giocano corti: pochi spazi dietro e ottime ripartenze offenisve. L’aggressività è quella cercata dal maestro slavo che vede concretizzare le proprie manovre da Ferretti. Dalla destra Fiorillo serve il centroboa che, avvitandosi su se stesso, schiaffa la palla in rete con un sinistro al volo: splendido e Italia avanti.
I ragazzi di Rudic controllano e vanno al riposo sul 3-1, grazie a due bolidi di Caldarella e Campagna che si insaccano rispettivamente alla sinistra ed alla destra di Rollan.
L’intervallo non distrae gli azzurri che aprono la ripresa alla grande: Ferretti è braccato dal marcatore che lo affossa, il nostro ‘11’ prima di finire completamente sott’acqua vede il portiere avversario farsi incontro e con un movimento repentino lo scavalca con un pallonetto. Tra gli iberici è Garcia il più vivace e ben due volte ‘tira la maglietta’ azzurra e non la lascia scappare: a 8” dalla penultima sirena, aggancia una fiondata dalla trequarti e beffa Attolico.
Otto minuti all’impresa, 480 secondi di puro terrore e una rete da difendere. Subito Ferretti trova ancora il doppio vantaggio con una conclusione potente da posizione defilata. Come spesso accade alle nostre compagini negli sport di squadra, gli Azzurri smettono di attaccare rinunciando al gioco che tanto li aveva portati avanti. Ora tutto il peso dell’oro è sulla difesa: è l’unico errore dei ragazzi di Rudic, perché se di fronte trovi Manuel Estiarte non puoi concedergli una distanza minima tra il suo braccio e la porta. Ed è proprio il fenomeno che accorcia le distanze.
La lotta è epica: Fiorillo perde la calotta in uno scontro, il tempo si ferma. I compagni recuperano fiato. Ma a 34” dalla fine Oca materializza l’incubo: è sette pari. 34 miseri secondi, 34 eterni secondi: il Settebello può provare un ultima sortita. L’azione è manovrata, la sfera arriva tra le mani di Silipo che scarica dalla distanza ma una deviazione provvidenziale impenna la traiettoria e decreta i supplementari.
L’acqua è più calda di un bagno turco, la Picornell è un calderone e 32 minuti di gioco iniziano a farsi sentire. Potevamo chiuderla prima, ora invece rimarremo in acqua per i maledetti supplementari: tre minuti a tempo per due, finchè la bilancia del risultato non penderà da una parte.
Le squadre si studiano nei primi sei giri di lancette e non avviene praticamente nulla: gli eroi devono riprendere le forze, è scesa la notte sul campo di battaglia e l’alba del secondo tempo supplementare non potrà cogliere impreparato nessuno.
Lo speaker ha annunciato l’ ‘ultimo minuto’ da diciannove secondi, la palla arriva al centro iberico. E’ ben marcato, intato Attolico sta uscendo dai pali per dare aiuto al difensore; in mezzo il corpo dello spagnolo si inabissa ed esce dall’acqua ma Campagna ha le braccia alzate. Non importa. Arriva un fischio. L’arbitro olandese Van Dorp assegna il penalty, generoso. Estiarte contro Attolico, il più forte di sempre della disciplina contro il più forte di tutti i tempi tra i pali: lo spagnolo segna e l’ ‘infierno’ esplode.
Rudic ride amaro, trattiene i suoi uomini infuriati contro la direzione di gara. Rudic ride amaro perchè pensa che la sua squadra sia più forte e sarebbe una beffa farsi soffiare l’oro.
La telepatia, l’ipotetica capacità di comunicare con la mente, è una dote che soltanto un gruppo forte conosce ed il sogno di questa gruppo non può essere scalfito dalla dubbia decisione arbitrale: un giovane Bovo trova l’imbucata per il bomber di razza che stoppa la palla con lo sguardo e non perdona. Ferretti, ancora lui per la quarta volta: è parità. La partita infinita si allunga.
Ogni battaglia ha i suoi caduti e i suoi feriti: Porzio deve farsi medicare l’arcata sopracigliare ma guai a darlo per vinto.
Terzo doppio supplementare e le forze vengono meno: tanti errori, troppe azioni buttate al vento, un’infinità di passaggi fuori misura. Come al 2’08”, quando la difesa azzurra recupera un pallone morto e riparte; la finalizzazione, come al solito passa, dalle mani di Ferretti che però viene ostacolato fallosamente e non riesce a girarsi. Lo sforzo per un guizzo, un ultimo sussulto del centroboa che vede Gandolfi libero in posizione defilata, dimenticato da tutta la difesa iberico. Esce Rollan, ma l’attaccante infila la boccia pesantissima nell’angolino: l’Italia è avanti ma manca un’azione.
Il pubblico casalingo dispera e mette le proprie speranze sui sette in acqua, a 3″ dalla fine Estiarte può colpire: ancora una volta il più forte di sempre nella pallanuoto contro il più forte portiere di tutti i tempi. La sfera parte ma nella contesa si frappone la traversa: l’Italia vince l’oro olimpico e manda la Spagna all’inferno, quello sportivo del primo degli sconfitti.
La finale del 9 agosto lascerà un’eredità enorme alla pallanuoto, tanto oro luccicante e due sconfitte pesanti: l’anno dopo Paolo Caldarella, autore del secondo gol, perderà la vita in un incidente stradale alle porte di Siracusa. Anche il portiere Jesus Rollan perderà la sua battaglia più grande: smise di giocare per problemi di droga e nel 2006, a 37 anni, si suicidò lanciandosi dalla finestra della clinica nella quale era ricoverato.
Dopo quello scontro però sono tanti i nomi finiti nell’olimpo dello sport: Oca, ad esempio è diventato il ct della squadra femminile spagnola; Alessandro Bovo, allora 23enne, sta provando da tre anni a fermare, da allenatore, il dominio schiacciante della Pro Recco; Sandro Campagna ha preso nel tempo il posto di Ratko Rudic sulla panchina azzurra; ancora Silipo che diventerà il giocatore più presente nella storia del Settebello (472 apparizioni); poi Attolico eletto il miglior portiere di sempre ed Estiarte eletto il più forte di sempre.
Infine, anzi per primo, il croato figlio della Yugoslavia vincitore di quattro ori olimpici così ribattezzato nel 2007, per la cerimonia al suo ingresso nella International Swimming Hall of Fame: “Uno dei migliori, se non il migliore, allenatore di pallanuoto che abbia mai calcato il bordo piscina“.












