Quella che è terminata oggi pomeriggio è una Tirreno-Adriatico a suo modo storica, e purtroppo non per merito di prestazioni sportive. Sia chiaro, le tappe che SI SONO disputate sono state tutte avvincenti e di questo il merito va ai corridori. Il fattore che lascerà agli annali questa corsa è però la cancellazione preventiva di una tappa, la Foligno- Monte San Vicino, che sarebbe dovuta svolgersi domenica scorsa.
A qualche giorno di distanza la questione è ancora calda perché ha creato un infausto precedente, ed allora è il caso di soffermarsi un pochino a riflettere per evitare che questa scelta di Rcs Sport, da annoverare ormai appunto a precedente, diventi la norma.
Da questa vicenda si possono evincere almeno due conclusioni: la prima è la pochezza di Rcs Sport ( anche se più che pochezza parlerei di inadeguatezza); e la seconda è che il ciclismo sta cambiando e, a mio modo di vedere, non necessariamente in meglio.
Tra i due punti quello che reputo più interessante è decisamente il secondo e precisamente per due motivi. Il primo è che è difficile, oltre che scorretto oltre certi limiti, entrare nel merito di una questione che ha visto protagoniste altre persone le quali hanno certamente più titoli ( e mezzi?!) del sottoscritto per prendere le decisioni e le responsabilità che era necessario prendere e assumersi.
La seconda, e non me ne voglia Rcs, è che reputo il ciclismo molto più importante di un ente organizzatore, seppur il più importante d’Italia, poiché il ciclismo è esistito, esiste, ed esisterà anche senza il supporto di Rcs.
LE LACUNE DI RCS
Per quanto concerne il primo punto credo che ci siano vari passaggi che meritino una disamina, infatti per portare a casa la tappa Rcs aveva a disposizione un ventaglio di opzioni che ha scartato senza che se ne comprendesse realmente il motivo. Probabilmente è proprio questa mancanza di chiarezza la causa che ha scatenato il putiferio tra i tifosi e tra ( alcune) squadre.
Mauro Vegni poteva infatti pensare una qualsiasi altra soluzione senza incorrere nella gaffe cui è andato incontro. Una soluzione poteva essere quella di dirottare il percorso, affrontando una sola e vera salita, e cioè quella finale di Monte San Vicino, magari non arrivando proprio in vetta, ma qualche chilometro più sotto, a quota 1000 metri circa. Non era possibile? Si poteva pensare di partire, valutare le reali condizioni meteo, e poi eventualmente annullare per condizioni meteo estreme ( ma per davvero, non per timore), oppure fare un pezzo in pullman per poi ripartire prima della salita finale. Non era possibile neanche questo? Si poteva posporre la partenza. Tutti in pullman evitando i primi Gpm previsti per poi salire in sella per percorrere il fondovalle e la salita finale ( magari non tutta). Inoltre in questo caso gli orari di passaggio di corsa sarebbero stati esattamente gli stessi.
Il primo sbaglio vero, in qualsiasi caso, è stato il voler decidere prima e non aspettare la mattina della gara. C’erano necessità tempistiche per mettere in guardia le autorità, certo, ma credo che un ente come Rcs Sport abbia un certo potere e che possa trovare molte soluzioni che per altri sarebbero invece inattuabili, se così non fosse sarebbe ridimensionato lo spessore di Rcs. Come sarebbe grave se la corsa fosse stata annullata perché Rcs non era in grado, come si va vociferando, di trasportare le proprie attrezzature a Monte San Vicino. Questa però è un’ipotesi cui non voglio neanche pensare dal momento che la corsa è stata sospesa in virtù dell’ applicazione del celebre Extreme Weather Protocol e non per altre cause.
Mi chiedo poi perché Vegni si ostini a fissare arrivi in quota già a metà marzo. La corsa la disegna lui stesso, non può lamentarsi delle condizioni del percorso. Non sarebbe più semplice e meno temerario disegnare tracciati che toccano al massimo i 400 o i 500 metri, ma che comunque presentino grosse difficoltà altimetriche in modo da attirare i vari Nibali, Valverde, Pinot e compagnia? Secondo me sarebbe un’opzione praticabilissima, specie vista la morfologia del territorio nelle regioni del Centro Italia. Se poi si sceglie di andare in quota a sfidare le intemperie okay, ma almeno devi avere un piano B, la cui mancanza è il secondo grave sbaglio da parte dell’organizzazione. Altra cosa che ho travato di cattivo gusto sono le dichiarazioni del giorno dopo di Vegni:“ Se tornassi indietro, col senno di poi lo rifarei”. Io credo che ammettere di aver fatto un errore di valutazione e fare un passo indietro sia molto più nobile che continuare a negare l’evidenza per sostenere il proprio operato.
PERICOLO O PRETESTO?
Il ciclismo sta cambiando, e non in meglio, almeno a mio modo di vedere. E sia chiaro che non sono contrario all’ Extreme Weather Protocol come strumento per garantire la sicurezza dei corridori, ma sono contrario ad esso se diventa il pretesto per svicolare da fatiche supplementari.
La sicurezza è imprescindibile e questa non dipende solo da meteo. La sicurezza dipende dalla tortuosità dei percorsi, dallo stato del fondo stradale, dall’applicazione o meno di materassi o altro per evitare impatti violenti, dalle vie di fuga in caso di caduta, dal comportamento del pubblico e dei veicoli in corsa. Alcuni percorsi sono molto pericolosi a prescindere dalle condizioni meteo. Personalmente sostengo che la tappa di domenica scorsa in qualche modo poteva corrersi, ma in qualche modo posso capirne l’annullamento in virtù della pericolosità e della scivolosità delle discese. Non voglio credere che la corsa non si sia disputata per via delle basse temperature ( 0°-2° di minima). “Condizioni di temperature intorno a un grado, massimo due gradi, faccio fatica a pensare che si potesse fare”, è sentendo queste parole pronunciate da Vegni la domenica pomeriggio che però mi è venuto il dubbio che la causa fosse il freddo e non la sicurezza del fondo stradale. Allora sì che reputo la scelta assurda. Coi materiali tecnici che esistono al giorno d’oggi e avendo le ammiraglie al seguito che offrono ristoro e la possibilità di cambiarsi credo che la tappa si poteva disputare, anzi, credo che molti amatori sarebbero stati in grado di disputarla ( un vecchio saggio diceva “Non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento”).
Perché queste corse vanno affrontate ( ripeto almeno in maniera alternativa, si poteva attuare un piano B, tagliare il percorso, ecc; ma non stare in albergo), perché l’essenza del ciclismo è racchiusa nella fatica e nella capacità di soffrire, perché standosene a casa si snatura uno sport che invece è fatto di gesta epiche. E’ nelle difficoltà che l’uomo tira fuori il meglio di sé, senza le difficoltà ci appiattiamo, vivacchiamo, procediamo per inerzia, e il ciclismo non è per nulla sport da gente che vivacchia: credo che tutti i ciclisti abbiano dentro qualcosa di speciale e credo che tutti i ragazzi presenti alla Tirreno- Adriatico valgano molto di più di ciò che hanno potuto dimostrare in questi sei giorni di corsa. Nel suo libro “La vita è una ruota” Alfredo Martini scrisse :” Il ciclismo non è solo il gesto del pedalare, ma è molto più complesso di quello che si possa pensare: richiama muscoli e anima, richiede intelligenza e tecnica, presuppone l’adattamento al mezzo e alle condizioni del tempo e della strada, insegna a soffrire e a gioire”. Ecco, presuppone l‘adattamento. Ovvio che se nevica vado più piano, ovvio che se fa freddo ne risento, ma è lì che esce il vero campione. Non vorrei che ai ciclisti venissero chieste cose normali, perché non sono persone normali, ma persone speciali, e non vorrei gli fosse negata la possibilità di dimostrarlo, senza al contempo chiedergli di trasformarsi in fachiri.
E’ IL CICLISMO CHE CAMBIA
Facciamo un salto indietro nel tempo, cerchiamo di ricordarci alcune corse memorabili. Tutti ricordiamo la galoppata di Gaul al Monte Bondone nel 1956, oppure la Liegi di Hinault nel 1980, perché? Perché sono uomini che hanno posto l’asticella un po’ più in là, sono fonte di ispirazione e di ammirazione. Eccezione? Il Gavia del 1988. Ecco in quel caso condivido: tappa storica, ma troppo pericolosa. Se si ripetessero condizioni simili affrontare la discesa del Gavia sarebbe un rischio assurdo.
Vincenzo Nibali sulle Tre Cime di Lavaredo all Giro d’Italia 2013
Ma veniamo a tempi molto più recenti, citando alcune tra le tappe più amate in assoluto dagli appassionati. La tappa di Montalcino vinta da Evans nel 2010, la Sanremo di Ciolek del 2013 (occasione in cui Vegni se la cavò egregiamente), la vittoria di Nibali alle Tre Cime di Lavaredo sempre nel 2013, o la vittoria di Quintana sul Terminillo del 2015. Tutte corse affrontate col maltempo, ma tutte svoltesi in sicurezza, senza pericoli aggiuntivi a quelli che ci potevano essere col sole, tappe memorabili che fanno il bene di questo sport, che sono l’esatto motivo per cui la gente segue il ciclismo ( e di conseguenza ai corridori arriva lo stipendio…).
Il mio auspicio è che grazie al famoso Extreme Weather Protocol non venga negata la possibilità, né agli appassionati, né ai ciclisti, di rivivere quei momenti, ma al contempo temo che molte corse che ricadranno nella casistica sopracitata verranno, magari preventivamente, annullate.
Allora non rimarrà che augurarsi il sole tutte le domeniche di primavera, tutti i giorni di maggio, e tutti i giorni di luglio; altrimenti rischiamo che tra qualche anno i palpitanti duelli sullo Zoncolan o sulla Redoute siano definitivamente sostituiti da poco entusiasmanti sfide sulla Green Mountain o sulla Doha Corniche, ma purtroppo quel giorno non è poi così lontano.









