Quando ci si avvicina ad una passione? Quale è stata la “prima volta?
La mia prima volta, davanti allo schermo, a guardare il ciclismo la ricordo bene. Era l’estate del Giro-Tour del ’98 (un unicum nel mio cuore), quale evento migliore. Il pirata Pantani, mi conquistò. Come molti della mia generazione, fu il primo, grande idolo in bicicletta. Ne custodisco ancora un ricordo prezioso, a cavallo tra realtà e fantasia. Il suo gesto di togliere la bandana prima di scattare in salita. Il preludio all’attacco. Ciclismo romantico, senza caschetto. Ciclismo pericoloso. Quelle azioni eroiche, la bicicletta lanciata nella sofferenza del viso. L’inno d’Italia che risuonava sui podi del mondo.
Oggi, in questo momento di pausa dalla gare vere, ho pensato al fatto che il ciclismo mi manca. Ho allora riflettuto sul perché di tale assenza. Ne ho, infine, maturato una teoria. Mi manca grazie a Marco Pantani. E il grazie non sarà mai abbastanza grande. Il simbolo di una generazione di appassionati, amato e bistrattato allo stesso modo. Grenoble-Les Deux Alpes, 27 luglio 1998, 15a tappa del Tour. Una pioggia che fa paura. Il tedesco dai muscoli d’acciaio Ullrich in giallo. Pantani viene via che sembra volare, quando la strada sale, uccide la corsa. La conquista e con lei il mio cuore di bambino. Da quel giorno, per ogni pausa, il ciclismo, le grandi corse a tappe, mi mancano. Dopo di lui, certo, ho avuto altri idoli. Da Savoldelli a Basso, da Evans al grillo Bettini. Mai nessuno come lui. Perché dopo di lui, è cambiato tutto. Dal 27 luglio del ’98, il pirata è entrato nella storia dello sport. Da quel giorno Marco Pantani è entrato, perfetto, in un ricordo felice.









