-Sì, però anche tu: ti sembra il caso di dormire con la maglietta di Sforza?
-Eh, quella di Ronaldo era finita!
(da “Tre uomini e una gamba”, 1997)

Ricerca facile facile su Google: “palmarès Ronaldo“. Due Palloni d’Oro, due Mondiali vinti (uno a 17 anni senza mai scendere in campo), una finale Mondiale persa, una Scarpa d’Oro, una Coppa Uefa, una Coppa delle Coppe, un’Intercontinentale, due Coppe America, un Bronzo Olimpico, svariati campionati e coppe nazionali tra Brasile, Olanda e Spagna. La domanda quindi è: com’è possibile che quando pensiamo a Ronaldo il nostro pensiero corra subito alle sue potenzialità non espresse al 100%, nonostante tutti i trofei vinti? La risposta è semplice: perché Ronaldo è stato uno dei pochissimi giocatori a provenire davvero da un altro pianeta, oltre che il precursore – non riconosciuto – del calcio che si gioca in Europa 20 anni dopo il suo approdo nel Vecchio Continente.
Tranne poche eccezioni, le biografie dei talenti brasiliani iniziano tutte allo stesso modo: nasce da famiglia povera in un sobborgo di qualche megalopoli brasiliana, inizia a tirare i primi calci in mezzo alla strada prima di dedicarsi al futsal; da lì qualcuno lo nota giovanissimo e lo lancia nel calcio professionistico. Ronaldo non fa eccezione ed è durante la militanza nel Sao Cristovao che avviene l’incontro che gli cambia la vita: il Gatto e la Volpe, al secolo Alexandre Martins e Reinaldo Pitta – due bancari che a tempo perso cercano nuovi talenti – capiscono di aver pescato l’asso dal mazzo, si offrono di fargli da procuratori e acquisiscono il cartellino del 16enne Ronaldo per la modica cifra di 7500 dollari. L’investimento più azzeccato della storia dello sport. Dal modesto Sao Cristovao lo portano al Cruzeiro dove, senza tanti complimenti, in una stagione e mezza mette a segno 44 reti in 47 presenze: un simile ragazzo prodigio non passa inosservato e il C.T. della Seleçao, Carlos Alberto Parreira, lo imbarca a furor di popolo sull’aereo che porta al Mondiale USA ’94. Sappiamo benissimo come finì quel Mondiale ma, contro le pressioni dell’opinione pubblica, Ronaldo non mette mai piede in campo nonostante quel Brasile sia uno dei più poveri di qualità che la Storia ricordi.
Un giocatore così non ha comunque nulla a che spartire con il campionato brasiliano e sbarca così, dietro consiglio di Romario, al PSV Eindhoven: per lenire i dolori della saudade lo seguono la mamma Sonia e la fidanzata Nadia, oltre all’immancabile coppia Pitta – Martins. Missione compiuta: nonostante il freddo olandese, Ronaldo mantiene la sua media gol su livelli mostruosi grazie ai 42 gol infilati in 46 partite. Dopo due stagioni trionfali il PSV decide di metterlo sul mercato per circa 25 miliardi di lire: l’Inter può addirittura vantare una prelazione sul Fenomeno – figlia del trasferimento di Jonk da Milano a Eindhoven – ma Moratti tentenna a causa dei piccoli acciacchi che iniziano a bussare alle ginocchia dell’attaccante. Ne approfitta il Barcellona che lo porta in Catalogna come ciliegina sulla torta in una squadra che schiera, tra gli altri, Guardiola, Prosinecki, Figo, Luis Enrique, De La Peña, Blanc e Fernando Couto: con dei compagni di questo livello segnerebbe un paio di gol anche l’autore di questo articolo, figuriamoci Ronaldo.
A scanso di equivoci i gol sono 34 in 37 partite, ma non è questo il dato importante. Il punto è che Ronaldo, a soli 19 anni, è già il prototipo di un tipo di calciatore mai visto fino a quel momento: calcia indifferentemente con entrambi i piedi, segna come un numero 9 ma ha la tecnica di un numero 10, dispone di un repertorio di dribbling pressoché inesauribile e, come se non bastasse, vanta doti atletiche assolutamente incomparabili con quelle degli altri giocatori e del calcio del suo tempo. Gioca a velocità doppia rispetto agli altri e, dove non arriva con la tecnica, arriva con una velocità disarmante sia sul breve sia sul lungo tratto: il calcio del XXI secolo, quello dei Bale, dei Cristiano Ronaldo e Di Maria, in cui la tecnica non basta se mancano capacità fisiche estremamente al di sopra della norma, nasce a Barcellona nella stagione 1996/97. Gli amanti della precisione possono annotare anche il luogo e la data esatta: a Santiago de Compostela il 2 ottobre 1996 questo gol incredibile è il punto di non ritorno per il calcio che si era giocato fino al giorno prima.
[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=cVBudXVmgR8[/youtube]
Ma Ronaldo non è un precursore solo in campo e proprio in quegli anni si affacciano alla scena altri due attori protagonisti: la Nike e le televisioni. O Fenômeno offre uno spettacolo talmente eclatante da essere fruibile ai quattro angoli del pianeta anche se non si sa cosa sia una diagonale difensiva o il fuorigioco e, grazie a lui, il calcio diventa un fenomeno globalmente pervasivo e adeguatamente venduto. Per la gioia di Pitta e Martins, la Nike vede in questo ragazzino con i denti sporgenti il volto che porterà la diffusione mondiale del brand e diventa un brand Ronaldo stesso: iniziano così gli spot televisivi, le linee d’abbigliamento che portano il suo nome e le sponsorizzazioni personali.
Moratti si mangia le mani per l’errore dell’estate precedente e decide di porvi rimedio: stacca un assegno da 48 miliardi e si assicura le prestazioni del Fenomeno, che grazie ai suoi procuratori ottiene lo stipendio record di 6 miliardi a stagione. La Milano nerazzurra è in delirio e gli abbonamenti toccano quota 50.000, ma un San Siro gremito per il suo debutto – 31 agosto 1997, Inter-Brescia – rimane a bocca asciutta: Ronaldo non segna, ma è la doppietta del nuovo acquisto Recoba a evitare un’inaspettata debacle casalinga. È soltanto un caso e, pur giocando in una squadra non irresistibile, Ronaldo è il faro dell’Inter: dribbla, segna e conduce i suoi alla conquista della Coppa Uefa. Memorabile il terzo gol nella finale del Parco dei Principi, in cui deposita la palla nella porta sguarnita dopo aver messo a sedere Marchegiani con le sue finte.
[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=uIg91AW6Ufk[/youtube]
Nell’estate del 1998 è in programma il Mondiale francese: Ronaldo è atteso alla consacrazione planetaria e definitiva ma uscirà dalla rassegna iridata come il fantasma della macchina da gol vista fino a quel momento.
Non sapremo mai cosa successe davvero il pomeriggio del 12 luglio: le dichiarazioni di chi c’era quel giorno sono vaghe e contraddittorie. Si dice che il suo compagno di stanza Roberto Carlos l’avesse trovato sul letto sbavante e in preda alle convulsioni, che i compagni avessero dovuto spostargli la lingua che gli ostruiva le vie aeree, che gli accertamenti in ospedale avessero dato tutti esito negativo. Ronaldo torna sorridente un’ora prima del fischio d’inizio della finale contro la Francia e si dichiara pronto a giocare, forte delle presunte pressioni delle televisioni e della Nike.
Quanto accaduto in albergo e negli spogliatoi rimarrà un mistero ma all’aeroporto di Rio de Janeiro arriva la conferma che difficilmente si è trattato di un malore qualsiasi: Ronaldo scende dall’aereo a passo di lumaca, lo sguardo vuoto, non sta in piedi se non reggendosi alla balaustra della scaletta.
L’ortopedico francese Saillant, che già lo operò la volta precedente, si arma nuovamente di bisturi e lo rimette in piedi quasi miracolosamente: l’Inter ha disperato bisogno del suo fuoriclasse, ma i gol realizzati in campionato sono soltanto 6 e l’istantanea che rimane di quella stagione sono le sue lacrime nell’ormai mitologico 5 maggio 2002.
Ronaldo è finito, sussurrano giornalisti e avventori del Bar Sport. Eppure dopo meno di due mesi il Fenomeno passa dalle fiamme dell’inferno all’estasi del paradiso e a suon di gol trascina la Seleçao fino alla finale mondiale: timbra il cartellino contro Turchia, Cina, Costa Rica, Belgio e ancora Turchia in semifinale, prima di affrontare in finale la solita, granitica Germania. La trama ricalca la tipica puntata di Holly e Benji – guarda caso la finale si gioca a Yokohama, in Giappone – in cui si fronteggiano l’attaccante implacabile e il portiere saracinesca: il portiere saracinesca in questione è un Oliver Kahn in stato di grazia, protagonista fino a quel momento di un Mondiale da incorniciare.
La partita è equilibratissima e al talento dei brasiliani, che possono contare su un Rivaldo all’apice della carriera e sull’astro nascente Ronaldinho, si contrappongono il pragmatismo e la grinta teutonica: al 67′ Rivaldo lascia partire un ordinario sinistro dal limite dell’area, Kahn non trattiene e Ronaldo si avventa sulla ribattuta per il tap-in che vale l’1-0. Passano 12′ e su un passaggio di Kleberson è ancora Rivaldo a inventare il velo geniale che smarca il Fenomeno all’altezza del dischetto: a Rio i caroselli partono ben prima che il tiro sia scoccato tanto è scontato che la palla andrà a finire in fondo al sacco. 2-0, Brasile pentacampeão e Ronaldo capocannoniere della storia della competizione, prima che Miroslav Klose – anche lui in campo quella notte – gli soffiasse il record a domicilio 12 anni dopo, nel terribile Mineiraço.
È l’apoteosi e Ronaldo si arrampica sul tetto del mondo ma riesce a sporcare anche il più bello e meritato dei trionfi: passano solo poche settimane dalla notte di Yokohama e lui firma con il Real Madrid, spinto dagli immancabili Pitta e Martins, lasciando di sale il popolo nerazzurro, che l’ha atteso e coccolato per tre anni, e sopratutto il patron Moratti sempre in prima linea nel difenderlo dai suoi detrattori e fargli sentire la sua vicinanza anche in senso economico. Anche in questo Ronaldo è un precursore: dopo la celebre sentenza Bosman del 1995 è il definitivo sberleffo a chi ancora credeva in un calcio che non orbitasse soltanto intorno agli stipendi ma anche intorno alla riconoscenza e alla passione.
Quando veste la camiseta Ronaldo è un personaggio controverso: i suoi stravizi fuori dal terreno di gioco sono diventati ormai proverbiali e la maglia blanca non è l’ideale per nascondere il suo fisico arrotondato, ma il rendimento sul campo è inattaccabile. Non è più il fulmine del primo anno interista ma i gol sono comunque 83 in 127 presenze, vince il secondo titolo di Pichichi e il secondo Pallone d’Oro dopo quello del 1997.
I brasiliani però sono notoriamente umorali e scostanti e in poco tempo Ronaldo si lascia andare, accumula peso e il campo si allontana progressivamente dal centro dei suoi pensieri: le Merengues non sanno cosa farsene di un giocatore in queste condizioni e il Milan se lo aggiudica per 7 milioni di euro. La sponda rossonera del Naviglio se la ride per lo sgarbo fatto ai cugini più che per il valore del giocatore; il Presidente Berlusconi vuole rimarcare la frattura con il passato interista del giocatore e gli caldeggia di farsi crescere i capelli. Al di là delle questioni tricologiche, il Fenomeno torna in una Serie A in declino e, pur in evidente sovrappeso, mostra all’Italia del pallone che la classe è ancora intatta: svolge un ruolo da rincalzo di lusso ma qualche gol lo segna. Tra le sue vittime c’è diabolicamente l’Inter, che lo riaccoglie a San Siro con bordate di fischi ma viene punita da un suo colpo da biliardo: il derby lo vinceranno però i nerazzurri grazie a una quanto mai provvidenziale doppietta di Cruz. È comunque palese che Ronaldo abbia da tempo imboccato il viale del tramonto calcistico e la sua nuova avventura italiana viene bruscamente interrotta dal terzo grave infortunio, una rottura del legamento crociato.
I tempi sono maturi per il ritorno in patria: il Corinthians lo tessera e Ronaldo lo ripaga meglio che può. I ritmi compassati del campionato brasiliano riescono a minimizzare l’handicap portato dai chili in eccesso e i gol sono 18 in 31 partite; tuttavia le condizioni atletiche sono troppo precarie per consentirgli di giocare decentemente e il 14 febbraio 2011 il Fenomeno annuncia, tra le lacrime, il suo ritiro durante una conferenza stampa. L’emozione in sala stampa è palpabile e fa male a tutti ascoltare il più grande campione della sua generazione ammettere: “Penso a un’azione ma non riesco a farla come vorrei“. La Federazione Brasiliana decide di omaggiarlo con una partita amichevole, contro la Romania, a cui Ronaldo prende parte per soli 15′. Il fisico è indegno anche di una partitella scapoli – ammogliati, ma al suo ingresso in campo i tifosi esplodono in un boato come 9 anni prima a Yokohama ed espongono uno striscione “Pra sempre O Fenômeno” che non necessita di traduzioni.
È l’uscita di scena di un calciatore che ha costruito una carriera fondata su alti e bassi vertiginosi, che ha tagliato traguardi irraggiungibili pur disputando soltanto quattro stagioni al massimo delle sue potenzialità; è noto che Cristiano Ronaldo deve il suo nome a Ronald Reagan, ma a noi piace pensare che sia semplicemente una staffetta con il giocatore che più di tutti ha anticipato le tendenze del calcio del XXI secolo.
LoSport24 racconta Ronaldo









