Torna la nostra rubrica “LoSport24 racconta”. Oggi dedicata ad uno dei personaggi più pungenti ed ironici del panorama del calcio italiano del post-guerra: lo storico vice presidente dell’Inter, l’avvocato Peppino Prisco.
“E facci un gol, e facci un gol: Peppino Prisco facci un gol. Ed è la Nord che te lo chiede, Peppino Prisco facci un gol”. Un coro che, su e giù per quei gradoni verdi è risuonato tante volte. Dieci anni, poi venne cambiato in onore di Diego Alberto Milito, ma solo per esigenze di metrica.
Nessuno, però, ha dimenticato l’avvocato Giuseppe Prisco. Chiunque sia stato a San Siro negli ultimi anni per una partita dell’Inter ha potuto notare come, prima della gara, in tutto lo stadio risuonava un inno speciale per tutti gli interisti: “C’è solo l’Inter”. Un momento toccante ed un applauso puntuale come un orologio: quando sul tabellone compariva la foto dell’avvocato era standing ovation a ricordare un uomo che in vita sua ha dedicato all’Inter tutto ciò che aveva, fino all’ultimo istante.
Giuseppe Prisco nacque a Milano il 10 dicembre 1921. Alpino, membro della divisione Julia e medaglia d’argento al valor militare per essere uno dei superstiti del suo battaglione nella campagna di Russia.
Tornato dalla guerra si laureò in giurisprudenza e venne iscritto all’albo degli avvocati: un appellativo che, nel bene e nel male, lo accompagnerà negli anni futuri della sua vita per non lasciarlo mai.
Nei suoi ottant’anni una passione, anzi il termine è assolutamente riduttivo. Una seconda pelle, un modo d’essere, uno stile di vita: l’Inter. Da sempre e per sempre fedele all’Ambrosiana prima e al Football Club Internazionle poi, un incontro formalizzato per la prima volta nel 1946 quando diventò socio della squadra. Tanto è grande il suo amore per il nero e l’azzurro che bruciò subito le tappe verso la sua scalata: segretario dal 1949, consigliere l’anno dopo e vicepresidente dal 1963. Incarico che manterrà per 38 lunghissimi anni: anni di successi, delusioni, record e campioni che sono passati tutti sotto il suo vigile sguardo. Perchè a Prisco non è mai sfuggito niente, se non il tempo. Il destino, infatti, ha deciso di portarlo via 9 anni prima di quello che sarebbe stato il suo più grande capolavoro: il Triplete del 2010. Ma sicuramente, sulla nuvola più alta dell’Olimpo del calcio italiano, avrà gioito insieme a tanti grandi amici, tra cui Giacinto Facchetti.
L’ha portato via un infarto, a 80 anni suonati. Morire così per un’interista è qualcosa di eccezionale: lui ha “scelto” di andarsene così, in una notte senza troppo clamore. Non ne voleva: quello che realmente gli interessava era parlare di Inter e di nient’altro fino all’ultimo giorno.
Lui stesso, già avanti con le primavere, riconobbe come la sua intera vita è stata dedicata a quei due colori: “Qualcuno mi ha detto che ho servito 5 presidenti dell’Inter. Ecco, non è esatto: io ho cercato di servire sempre e solo l’Inter”.
Ma in realtà pochi sanno che Peppino Prisco è morto da milanista: parole sue, nessuna esagerazione. “Prima di morire mi farò la tessera del Milan, così ad andarsene sarà uno di loro”.
Al suo funerale, però, nessuna rosa rossa e vestiti neri: l’abbinamento di colori era quello sbagliato. Lui che diceva sempre: “Vorrei 48 ore di preavviso prima della morte” e poi, invece, all’improvviso in una notte di dicembre di 13 anni fa ha lasciato il calcio e l’Inter al suo destino.
Nel lungo tunnel della sua carriera, però, una luce portata da lui stesso a Milano ad illuminare le speranze di tutti gli interisti: Ronaldo Luis Nazario de Lima, il suo gioiello.
In più di un’occasione l’avvocato era solito ripetere: “Chiedo scusa ai miei genitori, ma sul comodino tra le loro foto c’è sempre quella di Ronaldo”. Chissà, allora, quanto sarà rimasto deluso quando alla fine, nel 2006, il Fenomeno accettò di trasferirsi nella Milano rossonera, tradendo così l’immensa stima che Prisco riservava nei suoi confronti: “In tanti aspetti, a cominciare dal modo unico in cui sa segnare, Ronaldo mi ricorda Meazza il quale commise solo un errore: accettare il trasferimento al Milan. Sono sicuro che Ronaldo mai potrebbe essere indotto in una simile tentazione. Uno grande come lui può indossare una sola maglia: quella nerazzurra”. Sbagliava Peppino, ma forse questo è stato il suo unico grande errore.
Stiamo parlando di un dirigente sportivo che ha avuto il grande merito di saper scindere l’aspetto umoristico del calcio da quello più prettamente legato ai risultati: ha vissuto gli anni bui dal 1989, senza riuscire più a vedere di persona la sua creatura trionfare, ma nonostante questo ha sempre saputo trovare le parole giuste. Era un uomo che sapeva alternare la risata (“Come finirà Milan-Juventus? Non so, non mi interesso di calcio minore”) a momenti di lucida realtà, ma sempre condizionata da quel tocco di ironia che male non fa (“La delusione di quest’anno per me sono Milan e Juventus. Vanno troppo forte, sono molto deluso”).
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Ma nonostante questo l’Avvocato non è mai riuscito a farsi un nemico in carriera, da tutti sempre amato e stimato. Anche da chi, in vita, è stato oggetto di tante polemiche, come la Juventus dell’attuale presidente Andrea Agnelli: “Un personaggio che con la sua intelligente ironia manca parecchio a questo calcio”. La sua intelligenza, questo è stato il più grande risultato raggiunto da Peppino in carriera. Essere un uomo intelligente, un uomo che a questo calcio manca parecchio.
Un’intelligenza tale che non lo ha mai fatto cadere nelle provocazioni più immediate. Quando, per esempio, in un’intervista degli anni ’80 a seguito di un Roma-Inter vinto dai giallorossi per 4-3, Fulvio Stinchelli lo rimproverava di aver visto “Un Inter che non ha un gioco adeguato alla qualità dei grandi elementi e dei grandi campioni che ha in squadra”, lui con grande diplomazia rispondeva: “Sicuramente. Rumenigge è sfruttato poco in questo suo primo anno. Diciamo che è come avere una Ferrari per andare a fare la spesa al supermarket”.
Curiosissimo e poco narrato un episodio capitato con Zanetti proprio nel 1995, anno di arrivo di Pupi all’Inter. L’Avvocato si presentò in ritardo ad una serata in un Inter Club della provincia di Milano, ma al suo arrivo venne accolto da un’ovazione dei presenti. L’entusiasmo scatenò la curiosità di Zanetti che timidamente gli chiese: “Tu, quanti anni hai giocato nell’Inter?”. Una domanda lecita per un ragazzo che, alle prime armi con il mondo nerazzurro, si trovava davanti ai suoi occhi la storia del club. “Nessuno, per mia fortuna e per quella dell’Inter: le mie gambe hanno la cellulite, sono più adatte per stare seduto dietro una scrivania in ufficio che a correre su un campo”, la risposta.
Peppino Prisco era un uomo buono, d’altri tempi. Davanti ai bambini che volevano una foto con lui fuori dallo stadio non tirava dritto: faceva fermare l’auto su cui viaggiava per dare la sua “benedizione”. Non ripartiva finchè non aveva salutato fino all’ultimo fanciullo: generazioni di interisti sono cresciuti così, sono cresciuti con l’immagine sana di un uomo di valore. Di un uomo d’onore che oggi, 13 anni dopo, siamo ancora qui a dirci di come a tutti gli effetti il calcio lo abbia cambiato.
Arrivederci Avvocato: sul cappello che continuerà a portare anche da quella nuvola del Paradiso, tenga sempre ben alta la sua penna nera (Pardon avvocato, nerazzurra) e continui ad illuminare le nostre giornate con la sua preziosa ironia.
LoSport24 racconta









