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Lo Sport 24 Racconta… La Champions League 2003

Lo Sport 24 Racconta… La Champions League 2003

focus adriano

“E’ proprio vero, c’è un tempo per tutto. Un tempo per non vincere più nulla in Europa e un tempo per tornare 
a comandare in Europa. C’è un tempo per essere buttati fuori pur disponendo della Nazionale più forte dopo Spagna 82 e un tempo per rialzare la testa con i nostri club. Un tempo per sentirci dire dagli spagnoli come si gioca a calcio e un tempo per ricordare agli spagnoli che dal calcio italiano hanno ancora tanto da imparare”.
Xavier Jacobelli, Corriere dello Sport, 15 maggio 2003.


C’era un tempo
in cui i più grandi calciatori del Mondo arrivavano al Top in Serie A, per coronare la loro carriera e giocare nel campionato più bello e difficile al mondo; c’era un tempo in cui nelle Coppe Europee a dominare sulle inglesi e spagnole ci pensavano le italiane; c’era un tempo in cui, nelle semifinali di Champions League, c’erano ben 3 italiane su 4. Era il tempo di Inzaghi e Shevchenko, di Nedved e Del Piero, Vieri e Crespo: era il 2003.
Per il Milan di Ancelotti questa Champions inizia addirittura in estate: già, perché i rossoneri pagano ancora lo scotto di due deludenti stagioni, con Terim prima e Carletto poi, e per potere accedere nella Coppa delle Grandi, devono prima superare il turno di qualificazione. Davanti si ritrovano lo Slovan Liberec, che viene sorpassato a fatica: dopo una vittoria di misura in casa per 1-0, il Milan perde per 2-1 poi, ma passa per aver segnato in trasferta. Il giorno dopo, comunque, sui giornali piovono accuse sugli uomini di Ancelotti: che speranze hanno di andare avanti in Coppa se hanno trovato queste fatiche già nei preliminari?
Invece non è così: nella prima fase a girone – sì, perché quella Champions si giocava con due fasi a gironi ad eliminazione, prima di arrivare ai quarti di finale – il Milan si trova Bayern Monaco, Lens e Deportivo e, sorprendentemente, dopo la paura inizia a ballare, grazie ad un ottimo maestro di Danza, Filippo Inzaghi: nelle prime tre 4 partite, 8 gol per lui e 4 vittorie a colori rossoneri con primo posto nel girone in tasca: alla faccia della sua difficile convivenza con Sheva.
Girone ancora più agevole invece per Inter e Juventus, entrambe prime alla fine della prima fase: i nerazzurri vincono e convincono, tenendo testa a Lione, Ajax e Rosenberg; la squadra di Agnelli invece ha vita facile con squadre materasso, dominando il girone E contro Feyenoord, Dinamo Kiev e Newcastle. Passa a fatica anche la Roma, seconda nel girone dopo il Real Madrid dei Galacticos.

Seconda e nuova fase a gironi, vecchia storia: le italiane, dopo l’ottima partenza, continuano sulla strada intrapresa, portando vittorie importanti e spettacolo. Il Milan ha fiducia nei propri mezzi e si vede: nel girone si trova Real Madrid, Borussia Dortmund e Lokomotiv Mosca. Nonostante un gruppo tosto, Ancelotti ne esce nuovamente primo, battendo i Galacticos a San Siro grazie alla stella Shevchenko. Discorso diverso invece per Inter e Juventus, che riescono a raggiungere solamente la seconda piazza del girone, valida comunque per il passaggio del turno. I nerazzurri, con Barcellona, Newcastle e Leverkusen, si assicurano un posto ai quarti di finale senza troppi patemi, grazie anche a Crespo, autentico trascinatore dell’attacco nerazzurro. Tra i bianconeri invece si scatena in tutta la sua forza ed eleganza la Furia Ceca, Pavel Nedved, che prende per mano la squadra di Lippi e l’accompagna alle fase ad eliminazione diretta, anche con un po’ di fortuna: il girone, infatti, è il più duro della seconda fase e clamorosamente tre squadre finiscono a pari punti: escludendo il Manchester United, primo e distaccato di ben 6 lunghezze rispetto alle altre, assieme alla Juventus ci sono Basilea e Deportivo a 7 punti. Ad averla vinta sono i bianconeri, che presentano una differenza reti migliore rispetto alle altre due.
Quarti di finale dunque, e 3 squadre su 8 sono del Bel Paese.

Il Milan pesca dall’urna l’Ajax, sfida che sa di storia. La gara d’andata, giocata in Olanda, presenta fin da subito un canovaccio fin troppo chiaro; Ancelotti vuole giocarsi la qualificazione al ritorno e quindi propone ad Amsterdam la tattica più cara agli italiani: catenaccio. Lo schema funziona, perché l’Ajax non riesce a trafiggere la difesa governata da Capitan Maldini e la gara finisce 0-0. Ben altro discorso merita invece il ritorno: la gara sembra mettersi subito in discesa, grazie a Inzaghi, sempre lui, che mette il timbro per l’ 1-0. Poi, a segno ci va Litmanen: 1-1. Il gol successivo è di Sheva, ed è la prima volta che la coppia rossonera va in rete nella stessa gara di Champions: 2-1. Sembra tutto fatto, con i rossoneri che goverano la partita, ma non è finita, perché Pienaar beffa tutti e insacca in rete a dodici giri di lancette dal termine: 2-2. Tutto finito, tutto perduto? Macché: Minuto 91′, lancio di Maldini, torre di Ambrosini, pallonetto di Inzaghi, tap-in di Tomasson: esplode San Siro. Sembra un’azione perfetta, e nel cuore dei tifosi rossoneri sarà per sempre così: il Milan è di nuovo fra le prime 4 squadre d’Europa, dopo 8 anni di purgatorio. Stavolta, però, ad incrociare le armi rossonere, ci sono maglie, facce e colori familiari, anche troppo.
Già, perché nel frattempo l’Inter di Cuper continua a volare con la coppia d’attacco Vieri-Crespo e supera il Valencia grazie al gol in trasferta: dopo l’1-0 a San Siro, infatti, la squadra spagnola non riesce ad andare oltre il 2-1 nel proprio stadio, spalancando le porte della semifinale agli uomini guidati da Capitan Zanetti.
E la Juventus? Per guadagnarsi una poltrona tra le 4 regine, deve faticare di più: di fronte hanno il Barcelona, squadra pericolosa ma non paragonabile a quella spaziale dell’Era Guardiola. Dopo l’andata giocata al Delle Alpi, finito 1-1, al Camp Nou si scatena la furia ceca: prende palla, si beve tutta la difesa catalana ed insacca in rete. A pareggiare i conti ci pensa poi Xavi, che non ci sta a perdere in casa: si va ai supplementari, quindi, dove arriva l’eroe che meno ti aspetti: cross di Birindelli, spunta Zalayeta, che regala con una zampata delle sue la semifinale a Marcello Lippi.

 

7 Maggio 2003: si gioca il primo tempo di 90′ del Derby della Madonnina più importante di sempre. Si inizia con i rossoneri in casa: poco cambia ai fini dello stadio, fondamentale sarà invece per la scelta della finalista. Come si temeva prima della partita, le due squadre puntano a non scoprirsi, gestendo il match tatticamente perfetti in difesa. Anche troppo, dato che la partita ha un’unica vincitrice: la noia. Termina 0-0, verdetto rimandato alla settimana successiva.

Il ritorno parte con lo stesso andazzo dell’andata, ma sono proprio in queste occasioni che si riconoscono i fuoriclasse: Shevchenko prende la squadra sulle spalle e insacca alle spalle di Toldo. E’ 1-0, ora i nerazzurri sono costretti a fare due gol; le capriole di Martins però sul prato di San Siro si vedono una sola volta quella sera: finisce 1-1, passa il Milan per la regola dei gol in trasferta. Ai ragazzi di Cuper rimane l’orgoglio e l’amarezza di uscire imbattuti in semifinale dalla Champions, soddisfazione che vale ben poca cosa rispetto alla sfumata finale di Manchester
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I festeggiamenti dopo il Gol di Sheva, che porta il Milan sullo 0-1 in casa dell’Inter
Mentre a Milano la squadra di Ancelotti si apprestava ad approdare in finale, la Juventus compiva una delle imprese europee più belle della sua storia: dopo aver perso per 2-1 al Bernabeu, la sfida a Torino diventa un’autentica bolgia. I bianconeri sono fiduciosi di riuscire nell’impresa, sono tornati da Madrid con la consapevolezza di poter battere i Galacticos. E così è: al 12′ rapido scambio Del Piero – Trezeguet e il francese porta in vantaggio i suoi, è 1-0. Già con questo risultato Lippi sarebbe in finale, ma la sua squadra non si accontenta: sul finire del primo tempo Del Piero riceve palla sul vertice sinistro dell’area, ubriaca di finte Hierro e Salgado e fulmina Casillas sul primo palo. E’ 2-0, il Delle Alpi è in delirio. Il secondo tempo vede una reazione dei campioni d’Europa in carica, fino al 70′, momento in cui l’arbitro indica il dischetto: è rigore per il Real. Buffon vs Figo, campioni assoluti: i due si guardano negli occhi, il portoghese prende la rincorsa, prova una finta ma il numero 1 bianconero rimane fermo, lo aspetta, gli occhi fissi sul pallone. Il tiro è debole, facile preda per Gigi, che para il rigore e le speranze madrilene di volare a Manchester. Ma non è finita: c’è spazio anche per Nedved, stella della squadra, che buca nuovamente Casillas e porta il punteggio sul 3-0. Sul finale c’è spazio anche per il gol dell’ex Zidane, utile solo per le statistiche. Finisce 3-1, per la prima volta nella storia due italiane si sfideranno nella finale di Champions League. Tutto rose e fiori? Non proprio, perché Nedved verso la fine del match si fa ammonire per un fallo evitabile in mezzo al campo: diffidato, salterà la finale di Manchester. La furia ceca esce dal campo tra le lacrime, di gioia e disperazione, per non poter giocare la finale, nel suo miglior momento della carriera.

 
“L’importante è esserne consapevoli, fino in fondo: stiamo per vivere un evento irripetibile. Chissà quando vedremo due italiane di nuovo nella finale di Champions: possibile, certo, ma non avrà comunque il fascino struggente di questa prima volta. Manchester diventerà un luogo del mito per il nostro sport, se ne parlerà per decenni”
, così apriva la Gazzetta dello Sport la mattina del 28 Maggio 2003. L’atmosfera che si respira in Italia per questo evento è di festa e giubilo: è la nostra finale, è la vittoria del calcio italiano, criticato da quello spagnolo per la mancanza di spettacolo, insultato da quello inglese per l’uso smodato della tattica. Non c’è nessun Real e nessun Liverpool in finale però, ci sono solo italiane. Le due squadre vogliono fare le cose in grande stile; vogliono che, comunque vada, sia una festa per il nostro calcio, così decidono di fare un gemellaggio tra le tifoserie, in vista della finale.
Ore 20.45: l’arbitro dà il fischio d’inizio alla finale più attesa di sempre nel Bel Paese. Al posto di Nedved, Lippi si affida a Camoranesi, non un rimpiazzo dell’ultimo minuto, tutt’altro. La partita però non rispetta le celebrazioni prima del match: molto tattica (come era prevedibile), le due squadre rimangono sulla difensiva, abbottonate per evitare errori e lasciare spazi e varchi agli avversari. Si va quindi ai supplementari sullo 0-0, dopo un miracolo di Buffon su un colpo di testa ravvicinato di Inzaghi ed una traversa di Conte, entrato al posto di Camoranesi, che fa rimpiangere tutta la tifoseria bianconera dell’assenza della furia ceca.
I supplementari sono nervosi, la posta in palio è altissima, ma del bel gioco non si vede l’ombra: sarà la lotteria dei rigori a decidere il vincitore. Inizierà la Juventus a tirare: Trezeguet, la punta dei bianconeri, si carica dell’onere del primo tiro, prende la palla tra le mani: sa quanto vale, quanto pesa. Di fronte, Dida, che fa intuire subito quale aria tirerà: intuisce il tiro del francese e tuffandosi a sinistra dice di no. 0-0, tiro Milan. Per i rossoneri tira Serginho: la curva Juve, che fa da cornice ai rigori, non spaventa il brasiliano: tiro sulla destra che spiazza Buffon e si insacca in rete. 1-0 Milan, tiro Juve. Prova Birindelli a sbloccare il match: tiro di potenza, Dida non può nulla. 1-1, tiro Milan. Tocca a Seedorf, prende la rincorsa e calcia benissimo, ma Buffon ricorda a tutti chi è il portiere più forte del mondo, vola alla sua destra, impattando il pallone e pareggiando il conto dei tiri. 1-1, tiro Juve. Si prende la responsabilità Zalayeta, che già ai quarti di finale ha salvato la squadra ai supplementari: nulla da fare, il tiro è debole e prevedibile, Dida para senza difficoltà. Fermi sull’1-1, tiro Milan. Kaladze dagli 11 metri, che non guarda mai Buffon negli occhi e scaturisce un tiro centrale, pauroso, che Buffon para con i piedi. Ancora 1-1, tiro Juve. Lippi invia in spedizione-rigore Montero: tiro tra i più brutti della storia della Champions League, per Dida è quasi un passaggio. 1-1 apparentemente d’acciaio, tiro Milan. Dopo 4 tiri consecutivi sbagliati, è Nesta a sbloccare la situazione di stallo: tiro di classe, Buffon non può nulla. 2-1 Milan, tiro Juve. Il quinto ed ultimo juventino è Capitan Del Piero, un rigore pesantissimo: se sbaglia, il Milan è Campione d’Europa. Da fuoriclasse quale è, calcia perfettamente e la palla va a depositarsi alle spalle di Dida. 2-2, ultimo tiro Milan. Eccoci, siamo alla fine: tocca a Sheva, il numero 7 dei rossoneri. All’Old Trafford è presente un silenzio assordante. Tutto è racchiuso in quegli 11 metri. I due fuoriclasse si guardano negli occhi, pronti a sparare come due Cow Boys. L’arbitro fischia. Sheva va verso il pallone, tira. Rete. Il Milan è per la sesta volta Campione d’Europa.

A Manchester ad alzare la coppa è Maldini, in qualità di Capitano dei rossoneri. Il vero vincitore della serata però il calcio italiano, assoluto protagonista della massima competizione europea in quell’anno e della finale disputata all’Old Trafford. E’ anche la vittoria di Ancelotti sulla Juve, mandato via qualche tempo prima proprio da Agnelli e criticato per la mancanza di Coppe nel suo Curriculum. Col senno di poi, vien da sorridere: ora Carletto siede sicuro sulla panchina del Real Madrid è ed è giudicato tra i migliori allenatori al mondo.
Di fronte, quella sera aveva Marcello Lippi, che poco dopo abbandonerà la panchina dei bianconeri per sedersi su quella della Nazionale italiana: poi, sappiamo tutti com’è andata a finire…

I festeggiamenti della squadra dopo aver alzato la Champions League.
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Tifoso