“E’ proprio vero, c’è un tempo per tutto. Un tempo per non vincere più nulla in Europa e un tempo per tornare a comandare in Europa. C’è un tempo per essere buttati fuori pur disponendo della Nazionale più forte dopo Spagna 82 e un tempo per rialzare la testa con i nostri club. Un tempo per sentirci dire dagli spagnoli come si gioca a calcio e un tempo per ricordare agli spagnoli che dal calcio italiano hanno ancora tanto da imparare”.
C’era un tempo in cui i più grandi calciatori del Mondo arrivavano al Top in Serie A, per coronare la loro carriera e giocare nel campionato più bello e difficile al mondo; c’era un tempo in cui nelle Coppe Europee a dominare sulle inglesi e spagnole ci pensavano le italiane; c’era un tempo in cui, nelle semifinali di Champions League, c’erano ben 3 italiane su 4. Era il tempo di Inzaghi e Shevchenko, di Nedved e Del Piero, Vieri e Crespo: era il 2003.
Girone ancora più agevole invece per Inter e Juventus, entrambe prime alla fine della prima fase: i nerazzurri vincono e convincono, tenendo testa a Lione, Ajax e Rosenberg; la squadra di Agnelli invece ha vita facile con squadre materasso, dominando il girone E contro Feyenoord, Dinamo Kiev e Newcastle. Passa a fatica anche la Roma, seconda nel girone dopo il Real Madrid dei Galacticos.
7 Maggio 2003: si gioca il primo tempo di 90′ del Derby della Madonnina più importante di sempre. Si inizia con i rossoneri in casa: poco cambia ai fini dello stadio, fondamentale sarà invece per la scelta della finalista. Come si temeva prima della partita, le due squadre puntano a non scoprirsi, gestendo il match tatticamente perfetti in difesa. Anche troppo, dato che la partita ha un’unica vincitrice: la noia. Termina 0-0, verdetto rimandato alla settimana successiva.
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“L’importante è esserne consapevoli, fino in fondo: stiamo per vivere un evento irripetibile. Chissà quando vedremo due italiane di nuovo nella finale di Champions: possibile, certo, ma non avrà comunque il fascino struggente di questa prima volta. Manchester diventerà un luogo del mito per il nostro sport, se ne parlerà per decenni”, così apriva la Gazzetta dello Sport la mattina del 28 Maggio 2003. L’atmosfera che si respira in Italia per questo evento è di festa e giubilo: è la nostra finale, è la vittoria del calcio italiano, criticato da quello spagnolo per la mancanza di spettacolo, insultato da quello inglese per l’uso smodato della tattica. Non c’è nessun Real e nessun Liverpool in finale però, ci sono solo italiane. Le due squadre vogliono fare le cose in grande stile; vogliono che, comunque vada, sia una festa per il nostro calcio, così decidono di fare un gemellaggio tra le tifoserie, in vista della finale.
Ore 20.45: l’arbitro dà il fischio d’inizio alla finale più attesa di sempre nel Bel Paese. Al posto di Nedved, Lippi si affida a Camoranesi, non un rimpiazzo dell’ultimo minuto, tutt’altro. La partita però non rispetta le celebrazioni prima del match: molto tattica (come era prevedibile), le due squadre rimangono sulla difensiva, abbottonate per evitare errori e lasciare spazi e varchi agli avversari. Si va quindi ai supplementari sullo 0-0, dopo un miracolo di Buffon su un colpo di testa ravvicinato di Inzaghi ed una traversa di Conte, entrato al posto di Camoranesi, che fa rimpiangere tutta la tifoseria bianconera dell’assenza della furia ceca.
I supplementari sono nervosi, la posta in palio è altissima, ma del bel gioco non si vede l’ombra: sarà la lotteria dei rigori a decidere il vincitore. Inizierà la Juventus a tirare: Trezeguet, la punta dei bianconeri, si carica dell’onere del primo tiro, prende la palla tra le mani: sa quanto vale, quanto pesa. Di fronte, Dida, che fa intuire subito quale aria tirerà: intuisce il tiro del francese e tuffandosi a sinistra dice di no. 0-0, tiro Milan. Per i rossoneri tira Serginho: la curva Juve, che fa da cornice ai rigori, non spaventa il brasiliano: tiro sulla destra che spiazza Buffon e si insacca in rete. 1-0 Milan, tiro Juve. Prova Birindelli a sbloccare il match: tiro di potenza, Dida non può nulla. 1-1, tiro Milan. Tocca a Seedorf, prende la rincorsa e calcia benissimo, ma Buffon ricorda a tutti chi è il portiere più forte del mondo, vola alla sua destra, impattando il pallone e pareggiando il conto dei tiri. 1-1, tiro Juve. Si prende la responsabilità Zalayeta, che già ai quarti di finale ha salvato la squadra ai supplementari: nulla da fare, il tiro è debole e prevedibile, Dida para senza difficoltà. Fermi sull’1-1, tiro Milan. Kaladze dagli 11 metri, che non guarda mai Buffon negli occhi e scaturisce un tiro centrale, pauroso, che Buffon para con i piedi. Ancora 1-1, tiro Juve. Lippi invia in spedizione-rigore Montero: tiro tra i più brutti della storia della Champions League, per Dida è quasi un passaggio. 1-1 apparentemente d’acciaio, tiro Milan. Dopo 4 tiri consecutivi sbagliati, è Nesta a sbloccare la situazione di stallo: tiro di classe, Buffon non può nulla. 2-1 Milan, tiro Juve. Il quinto ed ultimo juventino è Capitan Del Piero, un rigore pesantissimo: se sbaglia, il Milan è Campione d’Europa. Da fuoriclasse quale è, calcia perfettamente e la palla va a depositarsi alle spalle di Dida. 2-2, ultimo tiro Milan. Eccoci, siamo alla fine: tocca a Sheva, il numero 7 dei rossoneri. All’Old Trafford è presente un silenzio assordante. Tutto è racchiuso in quegli 11 metri. I due fuoriclasse si guardano negli occhi, pronti a sparare come due Cow Boys. L’arbitro fischia. Sheva va verso il pallone, tira. Rete. Il Milan è per la sesta volta Campione d’Europa.
A Manchester ad alzare la coppa è Maldini, in qualità di Capitano dei rossoneri. Il vero vincitore della serata però il calcio italiano, assoluto protagonista della massima competizione europea in quell’anno e della finale disputata all’Old Trafford. E’ anche la vittoria di Ancelotti sulla Juve, mandato via qualche tempo prima proprio da Agnelli e criticato per la mancanza di Coppe nel suo Curriculum. Col senno di poi, vien da sorridere: ora Carletto siede sicuro sulla panchina del Real Madrid è ed è giudicato tra i migliori allenatori al mondo.
Di fronte, quella sera aveva Marcello Lippi, che poco dopo abbandonerà la panchina dei bianconeri per sedersi su quella della Nazionale italiana: poi, sappiamo tutti com’è andata a finire…









