Passiòne s.f. Inclinazione vivissima, forte interesse, trasporto per qualcosa.
C’è chi dice che la passione non si tramanda tramite DNA, ma molto spesso sembra che questo fenomeno accada davvero. La passione passa di generazioni in generazioni, da madre a figlia, da padre a figlio. Così succede anche in Formula 1.
Si potrebbe chiamare come un vero e proprio passaggio del testimone. Ma servono dei requisiti oltre la passione e sono due in particolare: soldi e talento.
Ne abbiamo visti tanti di figli d’arte in pista, ma pochi sono riusciti a raggiungere risultati validi.
Nicolas Prost, Mathias Lauda e Geoff Braham sono i nomi più eclatanti di coloro che non sono riusciti a mantenere alto il nome dei padri. Braham non ebbe grossa fortuna quando arrivo in F1 negli anni ’90. Il francese Prost è finito a correre nella Formula E, mentre Lauda si dedica ora a gestire catene di alberghi sulle spiagge esotiche di Bali con socio in affari Nico Rosberg.
Il tedesco è anche lui un figlio d’arte, il padre Keke nel lontano 1982 riuscì a portarsi a casa un titolo mondiale con solo cinque gran premi vinti in quella stagione. Vista l’ultima stagione con il duello con Hamilton, il figlio sembra, forse, più dotato di Rosberg Senior. I due hanno da sempre avuto uno strano rapporto: «Anche quando vinco e faccio tutto bene, mi chiama e mi dice che ho sbagliato qualcosa, io magari lo chiamo e gli dico che ho vinto più di lui. Non si intromette, mi dà consigli se glieli chiedo, più che un padre è un amico consigliere» dice Nico.
formula 1
Il cognome Hill è l’unico a ripetersi due volte nell’elenco dei campioni del mondo. Graham Hill vinse due mondiali nel ‘62 e ‘68 , suo figlio Damon, invece, si è fermato a quota un titolo nel 1996.
Chi invece è conosciuto anche dai più lontani dal mondo delle corse è certamente Villeneuve, ma non il Villeneuve che vinse il mondiale nel 1997, ma il padre Gilles. L’aviatore canadese, cosi come lo chiamavano gli appassionati, ha fatto emozionare per le sue corse pazze e spettacolari guidate dal suo immenso talento, coraggio e soprattutto cuore. Ma è proprio durante una delle sue corse folli che è rimasto vittima di un incidente mortale. Nonostante la mancanza di un titolo mondiale, Gilles è diventato simbolo della storia di questo sport, impresso nei cuori e negli occhi dei tanti tifosi. Il figlio, Jacques, ha sempre risentito, ovviamente, del peso sulle spalle che gli portava il cognome: «Era un nome pesante, specie in Italia. Tutti si aspettano qualcosa solo perché ti chiami in un certo modo e non per quello che fai. Hai le strade e le porte aperte per sponsor, contatti e team, ma poi devi andare forte, altrimenti sei un fallito».
Andando indietro negli anni, scopriamo che anche il figlio di Ascari e poi di Jackie Stewart arrivarono sino alla Formula 3, non avendo però molto successo.
Può capitare anche che i figli siano più bravi rispetto ai padri come è successo con Alex Wurz e Jenson Button. Il primo vincitore di Le Mans coi prototipi, ma poco incisivo in F1, e il secondo vincitore del titolo mondiale nel 2009. I genitori correvano nello stesso team di autocross.
formula 1
Oggi i figli d’arte in Formula 1, oltre a Rosberg, sono Kevin Magnussen, figlio di Jan che corse per la Mclaren e il giovanissimo Max Verstappen, classe ‘97, anche lui cresciuto tra i paddock dei Gran Premi.
Nei prossimi anni c’è da aspettarsi altri debutti delle nuove generazioni di figlie da corsa come il figlio di Jean Alesi e il figlio del grande Schumi, Mick Junior che corre nei kart con il cognome della madre, Betsch, per non farsi riconoscere.
Cosi anche la Formula 1, eccetto casi rarissimi, è diventata come una delle tante professioni che si tramanda di generazione in generazione. Tutto ciò finirà per rendere la F1 – come se già non lo fosse – uno ‘sport’ ancora più esclusivo.
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