“Solo tre persone sono riuscite a zittire il ‘Maracanà’: Frank Sinatra, papa Giovanni Paolo II e io“. [Alcides Ghiggia]
Tra i tanti attori nati che ai grandi palcoscenici hanno preferito i prati da futbol senza tuttavia smarrire nel tempo la loro attitudine al colpo di scena, al tocco da standing ovation, Alcides Ghiggia era senza dubbio uno dei più esperti e raffinati. Maestro dell’assurdo e dell’imprevedibile, il piccoletto di Montevideo sembrava disporre in qualunque momento dell’interruttore delle emozioni dei presenti: in campo sapeva strappare gli applausi scroscianti del pubblico con la più semplice delle giocate o suscitare la delusione di migliaia di tifosi avversari con un banale ma vincente taglio in profondità; fuori, ridurre in lacrime di commozione quanti lo intervistavano per ricordare insieme a lui le sue mirabolanti imprese o quanti semplicemente lo incrociavano per le strade di Las Piedras, dove era nato e cresciuto e dove probabilmente aveva scelto di morire, e scambiavano con lui due battute, ‘quanto tempo è passato, eh?‘.
Quanto tempo è passato dalla lontanissima sera del 16 luglio 1950! Sessantacinque anni: non un giorno di più, non uno di meno.
Sessantacinque anni fa allo stadio ‘Maracanà‘ si giocava la finale di uno dei campionati del Mondo più sentiti della storia del calcio, che vedeva contrapposti l’apparentemente imbattibile Brasile padrone di casa e grande favorito e il comunque ostico Uruguay di Juan Alberto Schiaffino. L’impianto era pieno in ogni ordine di posto: sugli spalti erano presenti duecentomila persone, e solo cento di loro erano supporters della Celeste. I brasiliani non erano mai stati così sicuri di vincere un torneo come quello: da giorni la preoccupazione principale per le strade di Rio de Janeiro era quella di allestire festeggiamenti adeguati per l’annunciato trionfo della loro meravigliosa squadra, fuori dallo stadio campeggiava ovunque la scritta ‘homenagem aos campeões do Mundo‘. Il risultato non era in discussione neanche in Uruguay, dove la felicità per aver raggiuto un’insperata finale era troppo grande per lasciare spazio alla tensione per la sfida.
La gara prese il via in un clima rovente, e per quarantacinque minuti non riservò enormi emozioni: il Brasile attaccava con costanza e veemenza, ma la strenua resistenza dell’undici celeste gli impediva di trovare la rete e lo costringeva anzi spesso a rinculare per evitare di subire pericolose ripartenze. Il fragile equilibrio dello 0-0 venne spezzato solo due minuti dopo l’inizio della ripresa dal centrocampista di casa Friaça, che, sfruttando un’imprecisione del portiere rivale Maspoli, fece esplodere di gioia i propri tifosi.
La partita sembrava già andata in archivio. La gente festeggiava senza tregua. L’Uruguay era destinato a perdere, e nonostante l’accurata regia di Schiaffino faticava a trovare una rete utile a rimettersi in carreggiata. Negli ultimi trenta metri, Alcides Ghiggia si batteva con Bigode, roccioso terzino d’altri tempi, per guadagnarsi un pallone giocabile. Lui, che era sbarcato al Peñarol di Montevideo solo due anni prima e che neanche aveva ivi trovato tutto questo spazio ma che era stato scoperto e lanciato dal tecnico della nazionale Juan Lopez pochi mesi prima in occasione della Coppa Rio Branco, tutto questo non lo aveva ancora capito: contava solo ripagare la fiducia del mister, far capire al Mondo chi era, tirare fuori il coniglio dal cilindro per mettere a tacere quei fastidiosissimi brasiliani e spedire in paradiso con una giocata i cento coraggiosi che avevano seguito l’Uruguay in quella inaspettata crociata.
Al sessantaseiesimo ci riuscì per la prima volta. Saltò secco Bigode e servì un assist al bacio per il maestro Schiaffino, che superò il portiere verdeoro Barbosa dando linfa nuova ai sogni celesti.
Al settantanovesimo ci riuscì del tutto. Ricevette da Perez, scattò in profondità tra le maglie della retroguardia di casa – un marchio di fabbrica per i brevilinei come lui – e consegnò la coppa nelle mani dei compagni trafiggendo di nuovo l’estremo difensore del Brasile, che divenne così suo malgrado l’eroe negativo di quella ormai orribile giornata.
L’Uruguay era campione del Mondo davanti a duecentomila brasiliani.
Gli ultimi minuti di quella sfida si tramutarono in una vera e propria tragedia. Decine di persone morirono di infarto sugli spalti, in due si suicidarono gettandosi dalle tribune. Jules Rimet, presidente della FIFA, consegnò il trofeo a Schiaffino tra l’imbarazzo e lo smarrimento dei presenti. Non venne neppure suonato l’inno della Nazione trionfatrice: gli organizzatori erano talmente certi della vittoria carioca che la partitura dello stesso non era neanche stata consegnata alla banda incaricata di addolcire con la sua musica la cerimonia di premiazione.
Ghiggia in patria ci tornò in stampelle. Un gruppetto di facinorosi lo aspettò dopo l’incontro e gli presentò il ‘conto’ di quelle due strepitose giocate. Spese il resto della sua carriera tra risse che lo allontanarono dall’Uruguay e un’esperienza in Italia tra Roma e Milan con fortuna alterna. Dopo essere rientrato in Sud America si dilettò nell’attività di croupier in una sala da gioco per un po’.
Quindi Las Piedras, e gli ultimi anni all’insegna del ricordo, fino alla morte, avvenuta questa sera all’età di 89 anni. Già, perchè il maestro dell’imprevedibile, tanto per regalarci un ulteriore colpo di scena, ha scelto la notte del sessantacinquesimo anniversario del Maracanaço per andarsene. In silenzio, ma con gli occhi della gente puntati su di lui. Come in cerca di un’ultima standing ovation, prima di lasciare il campo per sempre.









