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FOCUS – L’estate magica di Greg Van Avermaet

FOCUS – L’estate magica di Greg Van Avermaet

Dalle lacrime fiamminghe a quelle carioca. Dalla delusione del Giro delle Fiandre all’estasi della medaglia d’oro alle Olimpiadi. Due corse, due momenti, due continenti, due stati d’animo. Si può riassumere così l’estate magica di Greg Van Avermaet, che a 31 anni ha conquistato forse la vittoria più importante della sua carriera. Quella rimonta nei confronti di Rafał Majka a 1500 metri, grazie alla quale gli ha strappato letteralmente dal petto il metallo più pregiato, quello sprint imperioso sul compagno di fuga Jakob Fuglsang di certo se li ricorderà a lungo.

Parte da lontano il sogno olimpico di Greg Van Avermaet, dalle vittorie di febbraio e marzo alla Omloop Het Nieuwsblad e poi alla Tirreno-Adriatico passando per la rovinosa caduta al Giro delle Fiandre che gli ha procurato la frattura della clavicola e contestualmente precluso la partecipazione alle successive classiche del Nord. L’infortunio che colpisce e stimola l’orgoglio del campione, quello che lotta e fatica per ritornare al 100%: la condizione ideale l’ha trovata al Tour de France, del quale è stato indubbiamente uno dei protagonisti, a Rio ha confermato quanto di buono fatto vedere il mese scorso con una gara impeccabile.

Ha corso da vecchio lupo, ha giocato le sue carte con grande intelligenza e ha sparato le poche cartucce in canna al momento giusto. Alla partenza di Copacabana il nome di Greg Van Avermaet era nella categoria outsiders: il percorso, non certo dei più adatti alle caratteristiche del belga, lo poneva un gradino sotto ai vari Froome, Nibali e Valverde. Per vincere aveva bisogno d’inventarsi qualcosa. Così ha attaccato da lontano, quando mancavano 80 chilometri al traguardo, seguendo il nostro Damiano Caruso. S’è gestito al meglio quando è arrivato il momento di stringere i denti e poi non ha smesso di credere nel pentimento della Dea Bendata, traditrice in primavera ma amante passionale in estate.

Sì, ha vinto perché la fortuna dà e la fortuna toglie, come noi italiani abbiamo avuto modo di scoprire con lo sfortunatissimo Vincenzo Nibali il quale, oltre al danno della medaglia sfumata, ha dovuto far fronte anche alla beffa di una clavicola malandata. E chissà in quanti avranno ripensato alla caduta di Steven Kruijswijk allo scorso Giro d’Italia, chiave di volta nella caccia dello Squalo dello Stretto alla maglia rosa. La fortuna dà e la fortuna toglie. Dura lex sed lex. Ma ridurre tutto alla fortuna sarebbe ingeneroso.

Greg Van Avermaet ha vinto perché ci ha creduto nonostante ci fossero atleti più forti di lui, ha vinto perché la prova olimpica in linea in fondo è stata una classica atipica, corsa nell’emisfero australe in un torrido sabato d’agosto, ha vinto perché si correva vicino al mare come alla Milano-Sanremo, ha vinto perché si affrontava il pavé come in quel Giro delle Fiandre traditore, ha vinto perché c’erano gli spagnoli che partivano con i favori del pronostico come alla Freccia Vallone, alla Liegi-Bastogne-Liegi, al Giro di Lombardia, ha vinto perché c’era tanta salita, il terreno che da nemico si è trasformato in alleato regalandogli una tappa e tre giorni in maglia gialla all’ultimo Tour de France.

Non possiamo nascondere un pizzico d’amarezza per il risultato: l’Italia ha fatto la corsa con il sacrificio di De Marchi nel primo circuito, con l’attacco di Damiano Caruso nel secondo circuito e poi con quello della coppia Aru-Nibali in discesa. A conti fatti la Spagna s’è trovata costretta a sacrificare pure Valverde per garantire a Purito una possibilità di medaglia, la Francia s’è vista solo nella figura di Julian Alaphilippe, il Belgio e l’Olanda hanno perso i vari Dumoulin, Poels, Wellens e Gilbert troppo presto mentre Chris Froome s’è mosso troppo tardi.

Peccato, ma se qualcuno meritava di vincere dopo la caduta di Henao e Nibali quel qualcuno era proprio Greg Van Avermaet. Da eterno piazzato ai successi che contano, da un garibaldino Tour de France alla medaglia d’oro olimpica. Non è bastato a Majka schivare la caduta e poi accartocciarsi sul manubrio in solitaria, non è bastato ai vari Joaquim Rodríguez, Julian Alaphilippe, Andrej Zejc e Louis Meintjes fare un gran ritmo in salita, quando è giunto il momento in cui si definivano le medaglie Greg Van Avermaet ha fatto sua una gara concitata, imprevedibile e dalle mille emozioni fino all’ultimo chilometro.

A trionfare sulle strade di Copacabana nella prova in linea delle Olimpiadi di Rio è stato lui. Una gara perfetta, una condizione monstre, una prestazione super. Praticamente senza compagni di squadra, non sbagliando nulla e soffrendo sull’ultimo passaggio di Vista Chinesa. Ma se è vero, come disse Albert Einstein, che nel pieno delle difficoltà risiede l’occasione favorevole, Greg Van Avermaet ha sfruttato al meglio l’inaspettata occasione apparsagli all’orizzonte andando a riprendere Majka e chiudendo il capolavoro con lo sprint finale su Fuglsang. Una medaglia d’oro vinta da corridore di classe.

E negli ultimi 2000 metri tutti hanno capito all’istante che in volata non avrebbe fatto prigionieri. Il più fresco Fuglsang ha provato, Majka invece non ha neppure tentato. Una medaglia d’oro che risplende: già, risplende, perché ieri ha davvero fatto davvero qualcosa di speciale. Ha resistito alla fatica, ha resistito al ritorno degli scalatori, ha resistito a quelli che potevano averne di più e poi si è preso l’oro con la forza. La stessa forza con la quale ha disputato una Grande Boucle sontuosa e creato dal nulla i presupposti per il sogno olimpico.

Di Eddy Merckx ne nasce uno ogni cent’anni, ma di corridori tenaci quanto e più di Greg Van Avermaet non è facile trovarne. Van harte Greg!

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Stefano Nouvion