Il 2015 è stato un’importante lezione per Nairo Quintana. Quest’anno il colombiano aveva un compito piuttosto difficile: da lui ci si aspettava un’importante conferma, dopo aver stupito tutti al Tour de France 2013 ed aver trionfato con qualche polemica al Giro d’Italia 2014. Si sa: la parte più complicata della carriera di un campione non è tanto l’ascesa ma la bravura nel gestire la pressione inevitabile che si pone sulle spalle di chi emerge e tocca il proprio apice sportivo. Non si può dire che Quintana non sia stato all’altezza delle grandi aspettative che molti appassionati avevano su di lui. Nella prima parte della stagione, l’enigmatico colombiano ha dato una maggiore impressione di solidità in salita rispetto al passato, vincendo anche la Tirreno-Adriatico con uno spettacolare allungo sul monte Terminillo, imbiancato da una bufera fuori stagione. Una vittoria significativa perché ottenuta su un percorso non particolarmente favorevole al piccolo scalatore; inoltre ha mostrato un netto miglioramento nella gestione delle forze nei momenti decisivi, un aspetto su cui non era apparso irreprensibile nelle ultime stagioni di crescita. Tuttavia il vero banco di prova è stato il Tour de France, dichiaratamente l’obiettivo stagionale principale. Dalla grande corsa a tappe francese, Quintana è uscito decisamente rafforzato all’interno della squadra, mettendo in chiaro di non rappresentare più solamente un’alternativa a Valverde e, allo stesso tempo, candidandosi come il vero uomo classifica del team spagnolo. Eppure il secondo posto finale alle spalle di Chris Froome è anche figlio di due errori di lettura della gara. Partiamo dall’inizio: nella seconda tappa, resa insidiosa dal vento e dalla pioggia, Quintana e la squadra si sono fatti sorprendere, rimanendo troppo indietro e perdendo le ruote degli altri top team (eccezion fatta per l’Astana, visibilmente in crisi). Quel distacco parziale sarebbe risultato decisivo al termine del Tour. Il secondo errore è riconducibile alla gestione della corsa nella tappa pirenaica di Pierre Saint Martin, vinta da Froome con una vera e propria prova di forza. In quell’occasione la Movistar sgranò il gruppo per più di metà salita, cedendo poi il passo al team Sky e, di fatto, consegnando allo squadrone britannico le chiavi della gara. Visto il forcing dei nerazzurri, forse, sarebbe stato più opportuno risparmiare qualche gregario in più. Un errore probabilmente dettato dall’inesperienza di parte della squadra e da un briciolo di supponenza. Alla convinzione di essere più forti, ha fatto seguito qualche giorno di spaesamento e scoramento per la sconfitta subìta su un terreno in cui la Movistar credeva di essere superiore ed è stato necessario far passare del tempo per digerire la clamorosa doppietta Froome-Porte in cima.
Tuttavia, la scelta di Quintana di non svenarsi in attacchi continui non è stata un errore clamoroso come molti credono. Nairo ha concentrato i suoi sforzi di logoramento della Maglia Gialla in due tappe, le più dure, nelle quali prima ha minato le certezze di Froome, convinto di festeggiare un altro successo su La Toussuire, e poi, in un finale da brividi, ha fatto tremare sull’Alpe d’Huez lo squadrone britannico. Il secondo posto ha lasciato l’amaro in bocca al colombiano a differenza della quarta piazza alla Vuelta, più figlia della sfortuna e dell’influenza arrivata nel momento meno opportuno. Il Tour de France 2015 rimane la corsa dei rimpianti perché, ancor più che nell’edizione di due anni fa, Quintana ha dimostrato di essere l’unico ad impensierire seriamente Froome in salita ma, nonostante ciò, la vittoria è sfumata per poco più di un minuto. Distacco simile a quello accumulato in quella maledetta seconda tappa. E in fondo il ciclismo e lo sport sono anche questo: attenzione ai dettagli, cura dei particolari, lettura della gara nelle sue evoluzioni e nei suoi continui sviluppi. Ecco, forse questo è mancato a Nairo per fare il salto di qualità, per non essere solamente un forte corridore, talvolta vincente, ma un vero campione. Quintana deve prendere maggiore consapevolezza dei propri mezzi e dell’enorme potenziale di cui dispone, ciò che lo rende probabilmente il forte corridore della sua generazione insieme a Fabio Aru. Ma in vista del 2016 il lavoro del piccolo colombiano dovrà concentrarsi soprattutto sulla gestione della gara, sui particolari. Perché sono questi piccoli tasselli che gli permetteranno di completare il mosaico, rendendolo una meraviglia. E c’è da scommetterci che Nairo farà tesoro di questa lezione. Un motivo in più per temerlo.









