Dalle parti di Zingonia ne sono certi: quelle che si giocheranno nelle prossime tre settimane saranno le ultime quattro partite di Edy Reja alla guida dell’Atalanta. L’avventura bergamasca del tecnico goriziano pare volgere inesorabilmente al termine, e con la stessa la sua carriera, un percorso tortuoso fatto di cadute e risalite, rimpianti ed emozioni. I nomi sono sempre gli stessi: si parla di Prandelli ma anche di Inzaghi, Stramaccioni e Maran. Di fatto, però, la conclusione a cui si giunge è sempre e solo una: l’ex mister di Napoli e Lazio non ha fatto abbastanza per meritare la riconferma.
Eppure, la storia della stagione che volge lentamente al termine dice tutt’altro. L’annata della Dea è stata nel complesso buona e ricca di elementi positivi sui quali fondare un futuro glorioso. È vero, ci sono state fasi in cui la squadra è parsa in difficoltà, in balia degli eventi e degli avversari. Ma quale squadra che inizia un campionato di Serie A con l’obiettivo di salvarsi non ne ha?
La vera anomalia del torneo nerazzurro – equiparabile per molti aspetti a quello del tanto decantato Empoli di Giampaolo – sono state le prime quindici giornate, durante quali qualche folle in curva Pisani è addirittura arrivato a pensare di poter riabbracciare quella Coppa UEFA che manca ormai ai piedi delle Orobie da oltre vent’anni. Le sorprendenti vittorie con Sampdoria e Roma e le convincenti prestazioni con Palermo – il 6 dicembre chi se lo sarebbe aspettato che… -, Milan (0-0 che andò stretto ai bergamaschi) e Sassuolo avevano illuso non poco un ambiente non abituato a sognare, e proprio per questo i successivi quattordici incontri senza successi hanno avuto sul blocco Atalanta un peso abnorme, arrivando a mettere in discussione il lavoro di un allenatore che, data un’identità alla propria squadra, si doveva nel frattempo confrontare con una rosa in parte rivoluzionata – a gennaio fuori Moralez, Grassi e Denis e dentro Borriello e Diamanti.
Le prestazioni non mancavano: la squadra avrebbe contro Inter, Fiorentina, Carpi e Juventus meritato maggior fortuna. Ma giocando bene non per forza ci si allontana dalla zona retrocessione, e così il panico aveva iniziato a serpeggiare.
Ormai dato per spacciato, Reja ha saputo raddrizzare anche quel periodo con i trionfi su Bologna e Milan, ai quali hanno fatto seguito la sconfitta di misura in casa del ritrovato Torino e il pirotecnico 3-3 casalingo con la Roma.
E allora? Da questo breve riepilogo della stagione della Dea i meriti di Reja sembrano essere ben più grandi rispetto alle colpe (?) dello stesso tecnico goriziano. L’ex tecnico di Napoli e Lazio, dopo aver salvato la squadra ereditandola da Stefano Colantuono nel finale della scorsa stagione, ha sempre lavorato con onestà e serietà: assieme al preparatissimo vice Bollini ha contribuito all’esplosione di De Roon, alla crescita di Grassi e Conti e al rilancio del Papu Gomez, restituendo una prospettiva ad un organico che sembrava sgonfio e privo di stimoli. Forse non è mediatico ed è un po’ attempato nei modi di fare, ma sicuramente Reja non merita il benservito a fine stagione. Piuttosto un mercato all’altezza della categoria e il pieno appoggio della società, per ripetere questa stagione riducendo le sofferenze ai minimi termini e muovendo verso una nuova salvezza più tranquilli e saldi nei nervi.









