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FOCUS – Ich bin Spartacus: l’addio di Fabian Cancellara

FOCUS – Ich bin Spartacus: l’addio di Fabian Cancellara

Se ne è andato. No, tranquilli, sta alla grande, ma dopo quindici anni nel ciclismo professionistico Fabian Cancellara ha deciso di appendere la bicicletta al chiodo. E l’ha fatto in grande stile, vincendo la medaglia d’oro nella prova a cronometro delle Olimpiadi di Rio 2016. Si chiude tra le strade brasiliane, nel festoso clima a cinque cerchi, una delle più fulgide carriere ciclistiche degli anni 2000 e probabilmente della storia del nostro sport.

La sensazione è stata proprio quella di un Fabian Cancellara ritiratosi nel momento stesso in cui ha tagliato il traguardo, dopo aver ottenuto la miglior prestazione. Consapevole di non aver più nulla da dimostrare, conscio d’aver dato nuovamente prova della sua classe infinita. Ha assistito impotente Tom Dumoulin, l’allievo che ha provato a superare il maestro. S’è invece rassegnato al bis di bronzo Chris Froome, tre Grande Boucle nel curriculum. L’ultimo ricordo della storia di Fabian Cancellara sarà probabilmente la cronometro di Rio: pensata, preparata e poi vinta. Al suo secondo oro olimpico Fabian Cancellara ha fatto qualcosa che raramente in passato aveva fatto. Ha pianto. In quei pochi secondi ha lasciato che le emozioni parlassero per lui.

La locomotiva di Berna ha legittimato il nomignolo affibbiatoli. Fabian Cancellara, sulle due ruote, viaggia letteralmente come un treno. Ha dimostrato che il motore, dopo tanti anni di servizio e dopo tante revisioni, è ancora quello migliore. Non è un caso se Roberto Petito, suo compagno di squadra ai tempi della Fassa Bortolo, decise di ribattezzarlo Spartacus. Perché prima di essere un portento della natura lo svizzero è un combattente, un corridore capace di beffare i cronometri e di ammorbidire il pavé, di vincere quando tutti lo aspettano e quando nessuno crede in lui, adattandosi ogni volta a percorso e rivali. Autentico guerriero della strada, ai mezzi fisici spaventosi ha saputo unire una mente d’acciaio. Come il ribelle gladiatore romano che capeggiò la rivolta di schiavi più impegnativa che Roma dovette affrontare, Fabian Cancellara ha raccolto una vittoria dietro l’altra lottando come un leone, non dando mai nulla per scontato e sapendo sopportare il peso delle sfortune, delle delusioni e persino dei sospetti dei più maligni.

Quest’anno ha programmato la stagione seguendo le sue sensazioni. Voleva rendersi per un’ultima volta protagonista nella Campagna del Nord e provare a conquistare quella maglia rosa che ancora gli mancava e che tanto desiderava indossare. Ha vinto la Strade Bianche per la terza volta nella sua carriera. Non di forza, mostrando tutto il suo strapotere tecnico e fisico come nel 2008 e nel 2012, ma aspettato il momento giusto, studiando i suoi avversari e vanificando il gioco di squadra di Štybar e Brambilla grazie alla sua esperienza. Non c’era modo migliore per partire verso l’ultimo assalto al pavé del Nord. Chiuso il Giro delle Fiandre al secondo posto dietro a Peter Sagan, alla Parigi-Roubaix il destino ha voluto che una caduta gli impedisse di giocarsi per l’ultima volta la vittoria. Ma al suo arrivo il velodromo di Roubaix era tutto per lui. E l’ultimo assalto alla maglia rosa è fallito, per quattordici miseri secondi, solo a causa di un’influenza.

Ma non basta, occorre sviscerare cifre e record per descrivere ancor meglio ciò che ha saputo fare Fabian Cancellara. Lo svizzero è stato il secondo ciclista di sempre a riuscire nell’impresa di vincere il Giro delle Fiandre e la Parigi-Roubaix, due corse che ha conquistato tre volte ciascuna, nello stesso anno. E la doppietta gli è riuscita per ben due volte, nel 2010 e nel 2013. Ha vinto quattro campionati del mondo a cronometro (2006, 2007, 2009 e 2010), cui se ne aggiungono due come juniores (1998 e 1999). Le sopracitate prove contro il tempo ai Giochi olimpici si commentano da sole. Ha fatto sua un’edizione della Milano-Sanremo, quella del 2008, nell’anno in cui la Campagna del Nord non andò come sperato. Vinse scattando a poco più di un chilometro dall’arrivo, posto quell’anno sul lungomare Calvino anziché in Via Roma, resistendo sulla Cipressa e sul Poggio agli attacchi di Rebellin e Bettini per poi beffare tutti con una pazzesca azione da finisseur. Un marchio di fabbrica quello, un vero incubo per gli avversari. Guai a rimanere disattenti un attimo, altrimenti Spartacus non lo si riprendeva più. Ma nel suo palmarés figurano anche la Tirreno-Adriatico del 2008, il Tour de Suisse del 2009, otto tappe al Tour de France e tre alla Vuelta a España.

Non finiremo mai di ringraziare quel giorno in cui, all’età di 11 anni, Fabian Cancellara trovò una vecchia bicicletta nel garage di casa. E non finiremo mai di ringraziare papà Donato, nato a San Fele, in provincia di Potenza, trasferitosi in Svizzera a 18 anni per svolgere il mestiere di elettricista installatore presso un’azienda di condizionatori d’aria, per avergliela fatta trovare. E pensare che prima preferiva il calcio. No, non poteva andare così. Serviva il colpo di fulmine. Amore a prima vista, passionale e ricco di soddisfazioni. Due amanti perfetti, Stefanie (sua moglie) permettendo.

Ci mancherà Fabian Cancellara. Ci mancherà perché al Tour de France 2004 ha completato i 6100 metri del tracciato di Liegi a 53,561 km/h di media, terza miglior prestazione assoluta in un prologo alla Grande Boucle, ci mancherà per gli attacchi a Camphin-en Pévèle e poi ancora nel leggendario Carrefour de l’Arbre con i quali vinse la Roubaix nel 2006, ci mancherà per il duello sul Grammont con Tom Boonen al Fiandre nel 2010 e per quello con Sagan nel 2013 e nel 2016. Ma soprattutto ci mancherà perché dopo sedici stagioni da professionista ha saputo correre con la stessa leggerezza e la stessa determinazione di un debuttante.

Agli albori il giovane Fabian Cancellara si sentiva un uomo da classiche: la Roubaix, il Fiandre, la Milano-Sanremo, quelle dovevano essere le sue corse. I suoi allenatori invece, forse ancora influenzati dai risultati ottenuti da Miguel Indurain (il cui fisico ricorda per molti aspetti quello di Cancellara), cercarono di fargli perdere peso in modo tale da permettergli di puntare alle corse a tappe. Ripensandoci, forse era un’idea pretenziosa. Divergenze tecniche a parte, Fabian aveva già chiaro quello che voleva: passare professionista, far bene fin da subito e diventare un numero uno. Ha fatto di meglio.

Qualche mese fa Fabian Cancellara si è accorto che il ciclismo gli aveva dato quasi tutto. Certo, la passione non si può accendere e spegnere come un interruttore e in cuor suo un ultimo contratto lo avrebbe anche firmato, magari per andare a caccia di qualche altra vittoria. Ma dentro di sé non deve essergli proprio dispiaciuta l’idea di stare a casa con Stefanie e le sue bimbe Elina e Giuliana, magari avvolti sotto le coperte a guardare qualche scemenza alla televisione, di lasciare le valigie disfatte, di prendere la bicicletta soltanto per godersela, per ammirare la natura e sentirne i profumi, per vedere il mondo da un’altra angolazione, per tornare indietro nel tempo e sentirsi di nuovo ragazzo. Prima, però, doveva lasciare ai posteri l’ultima pennellata. Voleva lasciare un ricordo positivo come Coppi, Bartali e Merckx, così diceva all’inizio della stagione.

Grazie Fabian. Ad maiora!

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Stefano Nouvion