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TEMPO DI BILANCI – La Juve di Allegri rincorre una stagione tra passato e futuro

TEMPO DI BILANCI – La Juve di Allegri rincorre una stagione tra passato e futuro

Sono ormai trascorse 12 giornate dall’inizio della Serie A 2015/16 e la sosta per le amichevoli nazionali ci offre l’occasione per voltarci e analizzare i diversi e alterni cammini delle squadre del nostro campionato: è già tempo di bilanci. Sotto la nostra lente di ingrandimento, oggi, la Juventus di Massimiliano Allegri, per capire come è arrivata a questo primo terzo di stagione e fino a dove potrà – o non potrà – spingersi nei restanti due.

CAMBI GENERAZIONALI – Tutto ebbe inizio con il mercato estivo, con Tevez che mantenne la promessa del ritorno in patria, con Pirlo che decise di concludere un’onorata carriera a New York (qualcuno lo vorrebbe riportare in Italia, ma questa è un’altra storia) e con Vidal che si trasferì al Bayern Monaco per tanti bei milioni. Addii difficili, sofferti, tuttavia inevitabili e obbligati da logiche anagrafiche ed economiche alle quali il calcio non si è mai sottratto. Poi la falsa partenza in campionato, ed ecco che sentiamo immediatamente parlare di “carenza di motivazioni”, “fine di un ciclo”, “cambio generazionale”, ma la questione non è così superficiale e merita di essere approfondita diversamente.
Numero 1: la “carenza di motivazioni” nel calcio non esiste. Non in terza categoria, non all’oratorio, figuriamoci in Serie A. Non esiste un gruppo a cui possa mancare la voglia di vincere; ne esiste, piuttosto, uno che non è più capace di ripetersi a certi livelli. E d’altra parte non ricordo alcun calciatore che si sia espresso in maniera uguale in tutte le annate della propria carriera.
Numero 2: bisogna mettersi d’accordo. Quello che nel calcio viene definito “ciclo” non può finire quando torna comodo a chi deve commentare. Se proprio gli si volesse trovare una “fine”, a rigor di logica questa andrebbe collocata al termine del mandato di Conte. Invece Allegri ha vinto e si posticipa tutto alla prima occasione buona. La Juve perde qualche partita? Eccoci qua: “è la fine di un ciclo, un anno di transizione, i tifosi devono essere comprensivi, si devono accontentare”. Troppo facile così.
Numero 3: il più importante, il “cambio generazionale”. Questo è vero, esiste, succede sempre: la gente invecchia, quindi anche i calciatori, per forza. Ma per quanto possano essere stati importanti i compianti Tevez, Pirlo e Vidal, c’è una buona notizia: sono solo tre. Tre sono pochini per poter parlare di “generazione”, all’appello ne mancherebbero molti che, invece, giocano ancora nella Juve. A pensarci bene, non è la prima volta che negli ultimi anni si sente un discorso di questo tipo. Ne sono stati fatti di molto simili per l’Inter post-triplete e per il Milan che aveva ceduto Ibra e Thiago Silva nello stesso periodo in cui tutti i “vecchi” se andavano in pensione. Due squadre senza un piano d’azione, che non hanno smaltito  lentamente e con intelligenza il ricambio generazionale, ma l’hanno subìto d’improvviso, come il più classico dei ‘fulmini a ciel sereno’ a cui non si riesce a far fronte. Alla Juve non accadrà nulla di tutto ciò.
A Buffon, 38 anni a Gennaio, è già stato affiancato Neto (’89). Dietro l’invalicabile terzetto difensivo Barzagli-Bonucci-Chiellini scalpita il giovane – e forte – Rugani (’94). Quando Evra deciderà di appendere le scarpette al chiodo, sarà pronta per la fascia sinistra la freccia Alex Sandro (’91). A centrocampo è stato trattenuto Pogba, Marchisio non se ne andrà mai e, nell’attesa che il signore ci regali un altro Pirlo, è stato preso l’esperto Khedira, che quando ha giocato ha fatto la differenza. Senza contare i margini di crescita di due rubapalloni come Lemina e Sturaro, entrambi del ’93, che forse non si sveglieranno mai un bel giorno con il piede di Andrea da Brescia, ma saranno utili alla causa in diverse occasioni. Davanti, per sostituire Tevez (e Llorente), è stato fatto il possibile, con l’inserimento di un bomber esperto come Mandzukic, di un giovane dal talento limpido come Dybala (’93), e di una semiscomessa come Zaza (’91), che fino ad ora non ha mai deluso. C’è anche Cuadrado, un jolly tecnico e tattico (con lui in campo sono possibili più moduli), senza contare che è già pronto per gli anni a venire Domenico Berardi, altro ’94, che già da qualche anno distribuisce triplette in Serie A.
Insomma, non è esattamente la situazione del Milan che sostituiva Gattuso e Seedorf con Essien e Muntari oppure Nesta e Thiago Silva con Zapata e Alex; il Milan con Inzaghi che si vedeva costretto a scegliere il peggior Torres come erede di se stesso. O la situazione dell’Inter che passava da Gasperini, Benitez, Leonardo, Stramaccioni e Mazzarri prima di tornare al Mancio. La Juventus si tiene stretto Max Allegri, ha in atto un progetto di ricambio e presto smetterà di sentire la mancanza dei campioni che sono partiti. Probabilmente non vincerà il quinto scudetto consecutivo, ma già dal prossimo anno sarà lì a lottare, a vedere Dybala e Morata migliorare vertiginosamente, a continuare a fare bella figura in Europa. Sono tanti i meriti della società che ultimamente non vengono riconosciuti.

CHAMPIONS/CAMPIONATO: DUE RISVOLTI DI UNA STRANA MEDAGLIA – In Europa le cose vanno meglio che in campionato. Le critiche finiscono il lunedì sera e dal martedì mattina si comincia a parlar bene dell’EuroJuve. 8 punti in 4 giornate (1 in meno del City capolista) sono un ottimo bottino, in un girone considerato tra i più tosti e nel quale i bianconeri sono ancora imbattuti. Inoltre il City, se vorrà rimanere in testa, dovrà necessariamente andare a far punti allo Juventus Stadium, una pratica tutt’altro che scontata, visto anche l’1-2 di Manchester a favore della Vecchia Signora.
Le brillanti prestazioni europee non possono che far pensare anche a una mentalità e a un approccio diversi dalle sfide di campionato. E’ come se la squadra avesse i difetti che in un essere umano si riscontrerebbero nella fase adolescenziale: mancanza di maturità, discontinuità nei comportamenti, concentrazione solo in determinate occasioni. Questi disagi mentali si traducono nei problemi che percepiamo ogni Domenica: momenti di assenza ingiustificata dal campo (anche da parte dei più esperti, vedi Chiellini), tanti tiri che non si rispecchiano in altrettanti gol, una Juve che troppo spesso passa in svantaggio (8 volte su 12 gare di Serie A!) e poi si vede costretta a recuperare. Ecco la parola chiave di questa stagione: recuperare. In partita, in campionato, in Champions, la Juve dovrà rincorrere questa stagione che altrimenti rischia di sfuggirle di mano: ma non è detto che chi arriva da dietro non possa piazzare il sorpasso dell’ultimo minuto. In campionato i punti di ritardo da Inter e Fiorentina sono 9: tanti, ma non tantissimi.

In attesa che il campo parli per il collettivo di Allegri, ci concentriamo sui singoli che, nel bene o nel male, hanno fatto fino ad adesso la differenza.

TOP – Non ci sarebbero discussioni nemmeno al bar sport: il migliore della Juve in questa prima parte di stagione è Paulo Dybala, il talento argentino classe ’93 prelevato nell’ultimo mercato dal Palermo di Zamparini per circa 30 mln di euro. E’ il vero leader del gioco bianconero (ben più di Paul Pogba), un catalizzatore della manovra offensiva, dai suoi piedi passano tutti i palloni che abbiano la pretesa di diventare pericolosi. Capocannoniere interno con 5 reti in campionato, non si limita a segnare: viene a prendersi la palla da lontano, poi inventa, è capace del movimento da prima punta, del passaggio smarcante, di battere calci piazzati avvelenati. Non è una sorpresa, ma una piacevole conferma. Accetta di buon grado il processo di crescita studiato per lui da Max Allegri (che ha sollevato tante critiche) e risponde da fenomeno anche quando entra per 5 minuti. Con la maturità di un veterano, la voglia di un adolescente e la faccia da bambino. Enfant prodige.

FLOP – Regista, mezzala o trequartista; ovunque lo si posizioni Hernanes è profeta solo di sventure. Dall’inizio della stagione dev’essere alla caccia del record di prestazioni da peggiore in campo, altrimenti non si spiega. Un giocatore che sul rettangolo da gioco perde completamente i riferimenti dei compagni, abbassa la testa, si isola, innamorato follemente del doppio passo, e prova a fare una di quelle cose che un tempo gli riusciva bene: tirare. Lento, impacciato, quando è in campo risulta palesemente l’anello debole della squadra. Allegri ha sempre creduto nella figura del trequartista atipico, in grado di unire alla qualità pura del “10” la corsa e il lavoro sporco di un rubapalloni: da Cossu al Cagliari, a Boateng al Milan, fino a Vidal e Pereyra nell’ultimo anno alla Juve, non a caso staffettisti di un ruolo che negli schemi del tecnico livornese richiede un particolare dispendio di energie. Il brasiliano non è stato in grado di fare in maniera soddisfacente nessuna delle due fasi descritte, una scommessa di fine mercato decisamente persa. Niente che provochi una qualche ispirazione nel gioco di questo Hernanes, l’opposto di un profeta. Sprofeta.

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Riccardo Congiu

21 anni, studente di Lettere moderne alla Statale di Milano.