Ivan Basso ha appeso la bici al chiodo. L’ufficialità è arrivata pochi giorni fa in occasione della presentazione del Giro d’Italia 2016 durante la quale Mauro Vegni e Andrea Monti hanno consegnato una targa commemorativa al campione varesino. Andiamo di seguito a ricomporre, tappa per tappa, le fasi della carriera di un atleta che ha caratterizzato l’ultimo quindicennio di ciclismo.
Dal ragazzo di Valkenburg alla maglia bianca al Tour
La carriera di Ivan Basso, classe 1977, inizia a brillare fin da subito, cioè da quando il varesino era ancora un giovane dilettante della Zalf-Désirée-Fior. Le numerose prove di forza mostrate nel biennio 97-98 culminano con la straordinaria vittoria ai Mondiali Under 23 di Valkenburg nel 1998, occasione in cui il giovane Ivan riuscì a precedere i due connazionali Nocentini e Di Luca. L’ascesa nel professionismo di Basso inizia con Davide Boifava e procede, dal 2001 in poi, con Giancarlo Ferretti alla Fassa Bortolo. Sono questi gli anni in cui Ivan coglie i primi risultati di spessore tra i professionisti. Al secondo posto alla Freccia Vallone 2001 fa seguito il terzo alla Liegi del 2002, vero anno chiave del varesino. Quell’estate infatti Ivan terminerà per la prima volta il Tour de France, concludendolo in undicesima posizione, ma soprattutto conquistando la maglia bianca del miglior giovane.
Le sfide con Lance e la prima “Rosa”
Il risultato del Tour dà a Basso una nuova consapevolezza. Ivan sa di essere un uomo di fondo, ma fin’ora ha ottenuto le maggiori soddisfazioni nelle corse in linea, quella maglia bianca però lo porta sempre più a focalizzarsi per le corse a tappe, fino a farle diventare una vera e propria ossessione. Le estati del 2002 e del 2003 sono indimenticabili, con questo ragazzo in maglia bianca e azzurra che sembra brami di scalare il mondo, che vuole ossessivamente superare i propri limiti per poter, magari, riuscire un giorno a battere chi allora sembrava imbattibile, vale a dire Lance Armstrong. Era dai fasti di Pantani che l’Italia andava cercando un corridore da classifica per il Tour, ma gli italiani non erano gli unici a desiderare l’uomo giusto, infatti tutto il mondo del ciclismo voleva in quegli anni individuare qualcuno da poter seriamente (Ullrich viveva un po’ troppo di alti e bassi) contrapporre a colui che stava demolendo ogni tipo di concorrenza alla Grande Boucle. Nel 2003 Basso giunge settimo, con la netta sensazione di essere la seconda forza in salita. Nel 2004 Ivan incontra l’uomo che può accompagnarlo ai successi che tanto desidera. L’uomo è Bjarne Riis, manager del Team Csc. Il lavoro si focalizza sulla cronometro, specialità nella quale Ivan continua a pagare nei confronti degli avversari. Alla Grande Boucle 2004 il lombardo è l’unico a tenere testa a Lance in salita, vince la tappa di La Mongie proprio davanti al texano e sale sul terzo gradino del podio. Nel 2005 cambio di rotta: si torna al Giro dopo quattro anni e si torna per vincere. La corsa però si rivela infausta e le ambizioni di classifica sono abbandonate a causa di un virus intestinale, il quale non impedisce comunque di ottenere due vittorie di tappa. Il Tour 2005 è ottimo e Basso termina secondo alle spalle di Armstrong, ormai prossimo al ritiro. L’anno successivo il varesino punta nuovamente sul Giro e fa bene, conquistando, a ventotto anni, la sua prima Corsa Rosa, dominandola in lungo e in largo. Ma alla vigilia del Tour 2006, che lo vedeva favorito, qualcosa si rompe.
Il Purgatorio
Ivan non parteciperà mai al Tour de France 2006 poiché è risultato coinvolto nella celeberrima Operation Puerto, la più grande e sconvolgente indagine sul doping che sia mai esistita. I nomi degli sportivi coinvolti, da ciclisti, a tennisti, da calciatori, a motociclisti, sono molti, ma pagare sono davvero in pochi. Dopo una prima fase nella quale sembrava che l’inchiesta riguardante il varesino potesse archiviasi, Ivan decide di metterci la faccia. Ha “troppo rispetto per questo sport” e confessa che le sacche di sangue rintracciate nel laboratorio di Fuentes erano le sue, ma precisa anche di non aver mai fatto uso di sostanze, che quel sangue sarebbe servito nel successivo Tour:” Ho ritenuto giusto assumermi le mie responsabilità […] E’ stato un momento di debolezza, ma sono conscio che il tentato doping è assimilabile all’uso di doping. Sconterò la pena e tornerò a fare il lavoro che ho sempre amato”. Ivan inoltre conclude con un auspicio che visto oggi, a otto anni di distanza, possiamo dirsi compiuto al 100% : “Saprò tornare a farmi volere bene, penso che il gruppo mi accetterà. Non sono mancati attestati di stima di colleghi, si può vincere onestamente come ho sempre fatto”.
Nel periodo della squalifica, conclusosi nell’ottobre del 2008, Basso si allena come non mai, sottoponendosi a lunghi estenuanti, simulazioni di gara e addirittura di corse a tappe. La sua professionalità, il suo rigore negli allenamenti, il suo perfezionismo fanno si che nel 2009 Basso sia un atleta già pronto, come se avesse sempre corso col gruppo.
La seconda vita (agonistica) e gli ultimi anni
La seconda vita agonistica di Ivan Basso è targata Liquigas e riprende subito a colorarsi di rosa. Il Giro del 2009 è chiuso in quinta posizione (poi diventata terza), la Vuelta in quarta: tutto sembra pronto per il ritorno ad altissimi livelli. Nel 2010 Basso torna a vincere il Giro d’Italia in una delle più belle ed emozionanti edizioni degli ultimi anni. La vittoria sullo Zoncolan è il culmine della Corsa Rosa 2010, credo che quel giorno sia il più importante della carriera di Ivan Basso, e in certa misura anche della vita. Rivincere infatti non è mai facile, in più tornare dopo quel che era successo rendeva tutto ancora più difficile, ma essere riusciti nell’intento significava aver chiuso il cerchio, significava che quei quasi quattro anni di stand-by professionale (e non solo) avevano in un lampo assunto significato ed erano riesplosi in un’unica grande occasione. Basso porterà a casa quell’edizione del Giro dopo una lunga rincorsa ad Arroyo grazie all’aiuto della sua squadra e in particolare grazie ad un giovane Vincenzo Nibali, giunto terzo in classifica.

Dopo un evento di così grande intensità la tensione non può che calare e nel 2011 il Tour viene chiuso in settima posizione, nel 2012 il Giro è invece chiuso con la quinta piazza. Sono le ultime grandi prestazioni di un corridore che ha profondamente caratterizzato l’ultimo quindicennio di ciclismo italiano con le sue performance, ma soprattutto col suo modo di essere. La sua serenità, la sua voglia di riuscire ad esprimersi sempre al meglio, la sua devozione al lavoro quasi maniacale, sono il marchio di fabbrica di un personaggio che è riuscito a restituire molto a questo sport mentre ancora era corridore.
Il futuro
Il resto è storia recente con un 2014 sottotono e il passaggio nel 2015 alla Tinkoff-Saxo per aiutare i giovani e per supportare Contador nella rincorsa al Giro e al Tour. Al Tour Ivan è andato, come sempre per svolgere al meglio il suo lavoro, e per fortuna è caduto. Dalla caduta si è scoperta la malattia che tutti ben conosciamo, successivamente si è proceduto con l’intervento e quindi con il recupero. In questi mesi Basso non ha perso il suo aplomb da signore, distinto, sereno, in tutte le fasi della malattia e della degenza.
La questione ha certamente accelerato la decisione di appendere la bici al chiodo, ma di certo non ha affievolito la passione di Ivan per le due ruote. Resterà, l’ha detto e quindi lo farà, il ruolo non è ancora definito ma probabilmente a breve si inventerà qualcosa, i suoi estimatori sono molti e non avrà problemi a ritagliarsi un ruolo. Quel che è certo è che, a prescindere dal ruolo che ricoprirà, basterà che Ivan Basso resti se stesso, il resto lo faranno il suo esempio, la sua devozione al lavoro e la sua sfrenata voglia di tramandare ai giovani questo meraviglioso sport che si chiama ciclismo.










