Losport24 ha avuto il piacere di intervistare in esclusiva Gianni Savio, Direttore Sportivo dell’Androni Giocattoli ed ex Commissario Tecnico di Colombia e Venezuela, oltre che grande scopritore di talenti e profondo conoscitore del ciclismo.
Buongiorno Savio, qual è il suo giudizio sulla stagione da poco conclusa? Il bilancio della squadra è positivo o negativo?
“È stata una stagione agrodolce, dolce ad amara. Dolce come i risultati sportivi: 11 vittorie in tutto il mondo, delle quali due in Italia con Francesco Chicchi alla Coppi-Bartali. I corridori vittoriosi sono Chicchi, Oscar Gatto, Carlos Galviz con due centri, mentre Serghei Tvetcov ha ottenuto tre successi. Una vittoria per Yonder Godoy e Alessio Taliani. Per una squadra professional 11 successi sono un buon risultato. E poi abbiamo disputato il Giro d’Italia da protagonisti, con i nostri ciclisti sempre in fuga ogni giorno. È stato un gran risultato. I nostri attacchi ci hanno messo in evidenza; siamo stati premiati con Marco Bandiera, che è stato vincitore dei traguardi volanti e dei percorsi in fuga. Sarebbe stata una bella stagione ma purtroppo abbiamo incontrato un comportamento irresponsabile e criminale, e lo sottolineo in quanto oggi il doping è reato penale, da parte di Apollonio e Taborre. Hanno rovinato l’annata. Ci siamo autosospesi per un mese visto che vogliamo far parte di un ciclismo credibile. E tra l’altro abbiamo deciso di farlo nel corso di un momento cruciale della stagione come agosto. È stato penalizzante per la squadra, un colpo durissimo. Ho reagito con veemenza ma ritengo che siamo stati una squadra che ha dato una svolta storica: siamo i primi ad aver citato a giudizio due corridori dopati. Non era mai successo. Altre squadre hanno criticato la condotta ma non hanno mai preso decisioni. Siamo stati compatti in tutte le nostre componenti. Abbiamo agito con l’avvocato Giuseppe Napoleone, che ha rappresentato tutta la squadra al gran completo in questa azione. Non perdoneremo mai questi due criminali perché è stato un atto grave: sono professionisti e ci sono delle regole da rispettare. E pensare che avevamo anche adoperato misure preventive: fin dal primo raduno ci sono stati seminati in materia di doping, tenuti dal medico Maurizio Vicini e dall’avvocato Napoleone. Hanno anche compilato un questionario per mostrare che il doping è un reato non solo sportivo ma anche penale. Addirittura abbiamo portato tutti i corridori nello studio del notaio Marvaso di Viareggio e tutti quanti hanno firmato un regolamento interno con una penale di 100.000 euro in caso di doping. Siamo la squadra che più di ogni altra ha affrontato il doping, non di facciata ma effettivamente. Purtroppo abbiamo incontrato due stupidi criminali che quasi ci rovinano. Abbiamo avuto problemi a non finire. Sarebbe stata sicuramente una bella stagione ma purtroppo…”
Quali sono gli obiettivi per il prossimo anno? Come sarà l’Androni del 2016?
“Per la prossima stagione vogliamo creare una squadra competitiva, con professionisti esperti. Viganò? È un corridore con ottime potenzialità e ha già corso in grandi squadre. Tuttavia non è mai riuscito ad esprimersi al massimo e non sempre per carenze sue. L’ho notato quando ha vinto una tappa al Giro del Portogallo con la Rural Professional. È stato comunque umile a ripartire con il team Idea e, pur avendo un programma limitato, ha conquistato tre vittorie, è stato secondo al Trofeo Donoratico e terzo al Trofeo Matteotti. Sono convinto sia un corridore da rilanciare e speriamo di ripetere quello che abbiamo fatto con Scarponi e Pellizzotti. E poi c’è anche Daniele Ratto: ha vinto una tappa alla Vuelta, ha corso con squadre importanti come Liquigas e Cannondale. Ha uno spunto veloce e tira bene in salite non lunghe. L’anno prossimo sarà protagonista. Ha fatto molto bene anche Selvaggi. Comunque stiamo facendo altre operazioni. Il nostro organico non è ancora al completo. Finora abbiamo depositato il contratto di dieci corridori, mancano altri cinque ciclisti per completare la squadra e dovremo trovarli entro il 20 novembre. Nella prossima settimana ci saranno novità…”

Nei giorni scorsi si è parlato fortemente di un possibile addio di Oscar Gatto. Smentisce o conferma?
Confermo, Gatto è in uscita. Ha vinto due corse e in parte siamo riusciti a rilanciarlo. Mi auguro possa definire le trattative insieme al suo procuratore. Comunque abbiamo un ottimo rapporto, ci salutiamo da amici”
Capitolo Nazionali: Lei è stato Commissario Tecnico di Colombia e Venezuela. Come valuta le sue esperienze?
“La Nazionale della Colombia mi ha regalato una grande soddisfazione grazie a Santiago Botero, un corridore atipico per la sua zona in quanto bravo in salita ma forte soprattutto a cronometro. Con lui nel 2002 arrivammo all’oro e ad oggi sono l’unico commissario tecnico di una nazione dell’America Latina ad aver vinto un titolo tra i professionisti. Poi mi sono occupato del Venezuela in questi anni, soprattutto con la Androni Giocattoli-Venezuela, con la sponsorizzazione dello stato sudamericano. Tuttavia sono sorti problemi perché il Venezuela non ha ancora onorato il contratto dell’anno scorso a causa di varie vicende interne. Ho anche rinunciato al ruolo di Commissario Tecnico ed infatti la nazionale non si è presentata a Richmond. In tutte le stagioni ho sempre organizzato e preparato la squadra del Venezuela con gare a tappe per la selezione under 23 e con le rispettive squadre per i professionisti. Non avendo ricevuto quanto ci si spettava ed essendo in procinto di depositare una causa al tribunale di Agel in Svizzera contro il Venezuela inadempiente non potevo continuare come CT. Per fortuna il nuovo ministro venezuelano ha risposto alla lettera aperta fatta dall’avvocato Napoleone che chiedeva entro il 30 settembre una risposta precisa. Dunque è un problema che si è risolto”
Sempre a proposito di Sud America: Quintana ed Uran sono solo i più celebri tra i ciclisti colombiani protagonisti nelle grandi corse a tappe. Come si spiega la crescita esponenziale del movimento dei colombiani? È stupito di questa ascesa?
“La Colombia non è una sorpresa, ha sempre avuto una grande tradizione nel ciclismo. Ricordiamoci di Luis Herrera, un mito in salita, uno scalatore che ha vinto tappe al Tour de France e che ha anche conquistato la Vuelta di Spagna. E allora c’era anche Fabio Parra, altro grande scalatore. Herrera ebbe più risultati ma anche lui fu un ottimo corridore. In Colombia il ciclismo era lo sport nazionale prima che il calcio prendesse il sopravvento. Ma resta il fatto che in quel paese ci sono tradizione e cultura ciclistica e dunque i risultati di questi anni non mi hanno stupito. Basti pensare, appunto, che Herrera aveva già vinto. E ricordiamoci che in quegli anni c’erano due grandi squadre colombiane, la Cafè de Columbia ed il team Manzana Postobòn. Formazioni che erano all’altezza dei world tour. Poi il movimento pur calando ha vinto un campionato del mondo. La ripresa è avvenuta con tanti corridori di talento, dalla struttura fisica degli indios, dal tasso atletico. Non si può parlare di espansione colombiana ma piuttosto di consolidamento del movimento. Nairo Quintana è stato grande protagonista in questi anni, sono sicuro che potrà vincere il Tour de France”
E invece, come valuta il mondiale dell’Italia di Davide Cassani? Come giudica l’operato dell’attuale Commissario Tecnico in questi due anni?
“L’Italia è mancata nel finale e la corsa si imposta per quello. Alcuni corridori sono venuti meno rispetto alle attese ma il Mondiale è una lotteria ristretta ad alcune squadre. Ci si aspettava di più, dovevano essere presenti. Il lavoro di Cassani è comunque positivo. Lo conosco bene visto che è stato mio corridore alla Santini-Krups-Conti-Galli nel 1985 e corse il Tour de France di quell’anno. Mi ricordo che fu la mia prima esperienza da direttore sportivo. Davide è preparato, concreto e responsabile. È la persona giusta nel posto giusto. I risultati possono arrivare e credo che lui abbia operato bene”
È uscito da poco “The Program”, il film incentrato sulla vicenda di Lance Armstrong e dello scandalo doping. Crede che questo possa influire negativamente sull’immagine del ciclismo mondiale?
“Lance Armstrong è figlio del suo tempo ma il ciclismo è cambiato radicalmente con il passaporto biologico. Noi ed i nostri medici abbiamo avuto questo strumento con cui monitorare il doping. Armstrong ha sbagliato ed è giusto che abbia pagato. Però a mio avviso è ingiusto che sia stato preso come capro espiatorio. Ci sono corridori che stavano con Armstrong e prendevano parte a quel sistema di doping organizzato ma non hanno subìto grandi punizioni. Ad Armstrong, che è stato squalificato a vita, sono stati tolti tutti i successi, anche laddove arrivava la prescrizione. Invece i compagni di squadra che si sono dopati come lui hanno avuto solamente sei mesi di squalifica. Hanno confessato e smascherato Lance ma ci sono due pesi e due misure. Molte persone si sono arricchite con Armstrong e non solo grazie alle sue vittorie. Trovo giusto smascherare la US Postal ma ci sono stati due pesi e due misure”
Lei, che si è prodigato in prima persona nella lotta contro il doping, crede che si possa fare di più contro questa piaga del ciclismo?
“Al momento non ho certezze: se mi avessero detto a maggio che i miei ragazzi erano positivi non ci avrei mai creduto. Non pensavo che alcuni sarebbero arrivati a tanto. Oggi confermo che bisogna dare atto a UCI ed al movimento ciclistico dei progressi fatti. Il ciclismo è lo sport che ha fatto di più in assoluto nella lotta al doping. Se, come affermano alcuni, ai tempi Armstrong era protetto da istituzioni, oggi questo non è possibile. Oggi spero che ci sia trasparenza”
La metto in difficoltà: Lei ha scoperto tanti talenti e ha rilanciato ciclisti dati ormai per finiti. Tra tutti, qual è quello che ricorda con maggior piacere?
“È difficile, ma se devo scegliere vado a ritroso e dico Nelson Rodriguez Serna detto Cacaito. Era un piccolo scalatore colombiano. Io allora ero manager alla ZG Mobili Sella Italia. Lui era reduce da una stagione fallimentare con la Kelme ed era stato rispedito in Colombia. Lo vidi correre alla Ruta Mexico e lo presi in squadra come aiutante e gregario di Leonardo Sierra, un altro corridore scoperto e portato in Italia, regalandomi la soddisfazione della vittoria sul traguardo dell’Aprica nel 1990. Nelson è un ciclista che ho cresciuto, una sorta di mia creatura ciclistica. Per me è indimenticabile la vittoria nella tappa Le Bourg-d’Oisans – Val Thorens del Tour del 1994, quando si mise dietro due big: secondo fu Piotr Ugrumov e terzo Marco Pantani. In un’intervista a L’Equipe ho detto che provavo una tale felicità che non sarebbe mai stata superata. Al massimo si poteva solo eguagliare se avessimo vinto la classifica del Tour o del Giro d’Italia. Nelson: da rispedito in Colombia a vincente. Sì, lui è la soddisfazione più grande della mia carriera”
E non c’è un nuovo Cacaito?
“Potrebbe essere il prossimo…”
La redazione di LoSport24.com ci tiene a ringraziare, per la disponibilità e per la simpatia con cui ha affrontato l’intervista, Gianni Savio a cui vanno i nostri più sentiti auguri per il futuro.
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