Tavecchio-Albertini FIGC: Dopo la bufera per le parole del favorito, Albertini ritorna in corsa per la presidenza.
Tutto di nuovo in gioco, Albertini ritorna clamorosamente in corsa, quando ormai sembrava solo una formalità la votazione per la presidenza della FIGC a favore di Carlo Tavecchio. A mischiare le carte in tavola ci pensa l’ira di Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo Sport, che fino lo scorso anno aveva sostenuto con forza una campagna contro il razzismo. Accanto a lui, si scatena addirittura una lotta politica: il PD chiede a gran voce un passo indietro del candidato, mentre Forza Italia lo sostiene, minimizzando il putiferio scatenatosi.
Fino a ieri mattina, le previsioni di voto erano una sentenza che lasciava adito a pochi dubbi: vittoria schiacciante per Tavecchio, con il 69% -votato da Lega dilettanti, Lega Pro, Serie B, Arbitri e 18 squadre su 20 di A – contro il 31% di Albertini, costituito da Atleti, tecnici, Juventus e Roma. L’ex campione di Milan e Barcellona aveva già iniziato con le classiche frasi di circostanza, frutto di una sconfitta quasi certa: “Sarò da stimolo per fare riforme”. D’altro canto, invece, all’Hilton di Fiumicino Tavecchio si dilungava in un monologo in cui spiegava i punti fondamentali del programma: attacco contro burocrazie e esosità fiscali, Sì alle seconde proprietà, porte aperte a Coverciano per tutti i giovani. Proprio qui, però, durante il suo discorso andava a compiere il famoso passo falso: “L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che Opti Poba è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare della Lazio e va bene cosi”. Da qui, apriti cielo.
L’uscita di Tavecchio – sicuramente fuoriluogo – va ad accentuare una crisi sempre più profonda del calcio italiano. A prescindere da ciò che voleva dire, può veramente un uomo di 71 anni, da sempre rimasto fedele a vecchie idee che hanno fallito nel corso degli anni, cambiare il nostro calcio? A molti sembra, invece, che si sia deciso di cambiare non cambiando. In fin dei conti, molte delle scelte dell’attuale presidente della Lega Dilettanti sono a favore di proprietari di club da sempre contrari a certe novità, che sarebbero sicuramente arrivate con Albertini. Quest’ultimo aveva poggiato il suo programma su tre colonne portanti: la diminuzione a 18 squadre della Serie A, rose da 25 giocatori di cui 10 provenienti dai vivai, la nascita di seconde squadre nelle leghe minori. Insomma, una vera e propria riforma dei campionati, forse troppo per certi presidenti “vecchio stile”. Ci aveva creduto invece Andrea Agnelli, da sempre in prima linea per sostenere la candidatura dell’ex centrocampista lombardo, fino a perdere le speranze dopo la netta maggioranza a favore di Tavecchio.
Il passato recente di Albertini calciatore lo ha alla lunga penalizzato di fronte ai capi delle leghe italiane, additato quasi come possibile sindacalista dei calciatori, che tra l’altro lo appoggiano in toto, ma dove ha sbagliato in particolare in questa campagna per la presidenza? Probabilmente nel sognare di poter cambiare radicalmente il nostro calcio, nel crederci per davvero. Probabilmente, nel calcio del Terzo Millennio, dove comanda chi ha maggior potere di mercato, dove i sentimenti li mettono soltanto i tifosi, sempre più disillusi da un giro di denaro che ha l’ultima parola su qualsiasi affare calcistico, non c’è più posto per i sogni di un ex calciatore cresciuto nei campetti dell’oratorio come tanti altri ragazzi. Lo stesso Albertini lo ammette:“Non ho mai fatto una corsa sui numeri, ma sulle idee e sulla voglia di cambiare”.
“Posso essere un’opportunità, chi la vuole cogliere la colga”. Caro Demetrio, non tutti ci hanno creduto fino in fondo, ma i giochi non sono ancora finiti.









