Tanti auguri a Cadel Evans, il guerriero su due ruote

Oggi compie 40 anni Cadel Evans, primo ed unico ciclista australiano ad aver conquistato la maglia gialla e quella iridata. Ripercorriamo la sua straordinaria carriera.

Tre, due, uno, via. Una saetta rossonera si riversa sulle strade di Grenoble. Cadel Evans sfreccia rapido, sicuro, inesorabile. In cuor suo, sa che questa cronometro è e dev’essere la sua giornata. A 34 anni suonati potrebbe non ripresentarsi più un’occasione simile. L’australiano ha già sfiorato la vittoria finale al Tour de France. In due occasioni sono state fatali le ultime cronometro. Nel 2007 è stato Alberto Contador a beffarlo per un’inezia: 23 secondi. L’anno dopo sembrava tutto fatto. Carlos Sastre a poco più di un minuto da rimontare. Tutto pronto per una passerella, diventata poi un incubo, con le gambe di marmo per la tensione e lo spagnolo a festeggiare sui Campi Elisi.

Spesso Cadel ha sempre avuto l’appellativo di eterno piazzato, magnifico perdente. È uno bravo, ha talento, ma la classe del vincente è un’altra cosa. Sembra persino farraginoso nella sua azione, con quell’incedere oscillante, rigorosamente aggrappato alle estremità laterali del manubrio. Come se stesse guidando una mountain bike. Già, lo sterrato, il terreno in cui si è esaltato per due anni tra 1998 e 1999, vincendo la Coppa del Mondo.

Approdato sulla strada, Evans ha trovato tante difficoltà. Ha sfiorato la vittoria al Giro d’Italia 2002, prima di crollare nelle ultime tappe, vittima di una crisi di fame mentre indossava la maglia rosa. Poi tanta gavetta, con diverse maglie, come Mapei, Telekom e Davitamon Lotto. Quindi l’esplosione al Tour 2006, con un quarto posto. Da qui ha avuto inizio una lunga serie di piazzamenti, come i secondi posti alla Grande Boucle ed al Delfinato, il terzo posto alla Vuelta del 2009 tra le polemiche ed il quinto al Giro del 2010. Non sono mancati nemmeno i momenti in cui la classe dell’australiano è emersa prepotentemente. Un esempio? Il mondiale di Mendrisio 2009, la vera svolta della sua carriera, con un attacco da lontano, condotto con sapienza sulle strade in cui vive. E che dire della tappa con arrivo a Montalcino, nella corsa rosa del 2010, su sterrato diventato fango insidioso per via della pioggia. Una trappola diventata minacciosa per le ambizioni di tanti campioni, come Nibali e Basso. Una situazione in cui si è esaltato Evans, come un vascello in mezzo alla tempesta. Netta la vittoria di tappa su Cunego e Vinokourov.

Un giorno di gioia, ma tanti altri meno redditizi. Forse quel 23 luglio 2011 Cadel ripensa a tutte le delusioni patite in quegli anni. Troppe volte ha visto gli altri vincere ed esultare. Stavolta no, quell’Andy Schleck non gli deve sfuggire. I 57 secondi che li separano non sembrano troppi. L’asfalto scivola via leggerissimo sotto i pedali della splendida BMC dell’australiano. Il margine continua ad assottigliarsi, metro dopo metro, curva dopo curva. All’inizio dell’unica ascesa della cronometro arriva l’annuncio: Evans è in maglia gialla, Schleck sta pagando gli sforzi dei giorni precedenti. Cadel vola. Dà tutto. Trova persino la forza per sprintare sul traguardo, prima di fermare il tempo della sua cronometro. È secondo, ma stavolta la piazza d’onore della tappa ha un sapore dolcissimo. Schleck paga 2’31”. Il Tour è finito: Evans ha vinto! L’australiano piange e si commuove. Sono lacrime diverse rispetto a quelle dell’anno prima, quando alla Grande Boucle 2010, quando si infortunò mentre era in maglia gialla. Quello era l’emblema di una delusione. Il pianto del 2011 è una liberazione, il piacere di chi finalmente ha raggiunto il suo obiettivo, il suo traguardo. Lo scalatore ha raggiunto la sua vetta, il suo zenit sportivo. Ed ha riscritto il finale più bello di una favola incredibile. Forse, oggi, mentre festeggia i suoi 40 anni, Cadel ripenserà al momento più alto della sua carriera, con quel sorriso semplice ed umile che lo ha sempre contraddistinto.